LUCI AL NEON E REGISTRATORI IMPERSCRUTABILI
“LA CONVERSAZIONE” DI FRANCIS FORD COPPOLA
Ombre nere si allungano
Una piazza ripresa dall’alto, gente che passeggia, un gruppo che suona, un artista di strada. L’immagine realistica di una metropoli occidentale degli anni 70.
Ma sentiamo un elemento acustico distorto di cui non è evidente l’origine mentre un uomo da un tetto guarda nel mirino di un cannocchiale simile ad un fucile. Sembra un cecchino. Sta inquadrando una coppia tra la folla e quel rumore strano e dissonante è, appunto, la loro conversazione.
L’immagine di qualcosa di consueto e tranquillizzante è subito spazzata via dalla sensazione di un pericolo imminente, il disagio si insinua sottotraccia.
È l’incipit del film con cui Francis Ford Coppola vince la Palma d’oro a Cannes nel 1974, film di cui è sceneggiatore, regista e produttore.
Un thriller esistenziale che man mano diventa un horror dell’anima.
Questa sequenza annuncia da subito utilizzando in modo sapiente ed innovativo tutti gli elementi della grammatica cinematografica, il tema di fondo del film che, come in una musica jazz, ritorna, si evolve, si articola: la realtà contemporanea è rappresentazione, quindi finzione, perché medium is message.
Perché tutto è interpretazione, tutto è “montaggio”. La conversazione della coppia è intercettata, registrata, captata. I loro volti fotografati, ispezionati, ripresi da più angolature e prospettive. Non a caso è proprio l’artista di strada, un po’ mimo, un po’ clown, il primo soggetto a richiamare la nostra attenzione ed è lui che introduce nella scena il protagonista, Harry Caul.
A segnalare un reale opaco e ambiguo che, forse, non va preso sul serio?
Nastri, bobine e tasti. E un sassofono
Il mondo di Harry Caul Coppola ce lo mostra e ce ne fa fare esperienza intima, quasi immersiva: luci fredde, una città scarnificata, persiane sempre abbassate, vetri e specchi riflettenti la doppiezza. Il sole che entra dalle vetrate dei grattacieli sembra artificiale. Un mondo al neon anche in esterno giorno, un mondo verde acido.
Spazi vuoti a rivelare il vuoto anche degli spazi pieni, spazi anonimi ed asettici dove nessuno sembra vivere veramente. Dove Dio è morto e a sostituirlo c’è il supporto tecnologico: registratori con nastri che si avvolgono, apparati potenti e ingombranti ma anche minuscoli ed impercettibili capaci di una ripetizione potenzialmente infinita che cattura e smaschera, oggettualizza, mette ordine nel caos.
Il laboratorio di Harry è una sorta di sacrario laico: Harry Caul è l’uomo senza qualità consacrato alla purezza della tecnologia, è l’artifex che crede di averne il dominio perché lui, come dirà con malcelato orgoglio a Bernie Morand suo collega e concorrente, gli apparecchi se li costruisce da solo.
Così hanno un che di mistico e perturbante i primi piani sull’armamentario tecnologico a filmarne il silenzioso funzionamento e quindi la loro esistenza indifferente e sempre uguale a sé stessa; come i primi piani sulle dita di Harry riprese nell’atto di premere pulsanti e azionare dispositivi finché non si realizza il miracolo e i suoni inarticolati diventano voci umane e parole inequivocabili.
E finalmente ciò che si nascondeva, ciò che ci sfuggiva, emerge.
L’uomo adesso è certo di poter dare un senso compiuto alla conversazione, la verità è disvelata. È uno dei rari momenti in cui cogliamo in lui il sentimento della gioia. Sentimento che non sa e non vuole condividere, così come è sempre da solo quando suona il sassofono nella sua abitazione.
Nella casa ordinata più simile ad una sala d’attesa, il sassofono serve ad anestetizzarne l’umanità. Un conforto, un sedativo contro i suoi demoni?
Conforto che cerca – ma senza successo – anche nelle donne.
Amy, Meredith e Ann. Le omissioni di Harry e il mistero del femminile
Le donne nel mondo di Harry sono esseri estranei ed alieni: non le può capire, rispondono ad una logica altra. E lui vorrebbe, come un bambino mai cresciuto, solo essere accolto e non dover stabilire nessuna “conversazione”.
Amy, la fidanzata/amante, sembra avere accettato la stranezza di un rapporto a una dimensione; la reticenza di Harry, la sua impossibilità ad accedere ad un minimo di autenticità e di gioco relazionale, faranno chiudere per sempre la porta della casa di Amy. Dove anche nel letto di lei, Harry non si toglie l’impermeabile, il suo preservativo emozionale. Eppure la piccola casa di Amy, più alcova che abitazione, è uno dei pochi luoghi a tinte calde, quasi un utero predisposto a contenere. Ma Harry dopo un attimo di titubanza lo abbandona.
E’ poi la volta di Meredith che vediamo la prima volta impegnata in una performance promozionale nel ruolo di valletta a supporto di Bernie Morand.
Harry si apparta con lei e in un ballo improvvisato nel grande e vuoto spazio annesso al laboratorio le fa una dichiarazione di intenti, una richiesta di accettazione e di fiducia sempre a una dimensione. Prova a capire se Meredith è disposta a ciò che Amy gli ha negato. E Meredith sembra volerci pensare, prendere tempo e passa la notte insieme a lui. Salvo poi rubare tutti i nastri con le registrazioni. Un pessimo risveglio per Harry che poteva desiderare, dopo il sogno rivelatore in cui abbiamo visto all’opera i suoi fantasmi, la vicinanza di un corpo femminile.
Ma spetta ad Ann, la giovane moglie dell’industriale suo cliente, il compito di ribaltare le certezze di Harry; una donna dal viso innocente che a lui appare dolce e indifesa e che è invece la protagonista di un efferato delitto ai danni del marito con la complicità del suo amante. La coppia da lui spiata e vivisezionata.
Il mondo alla rovescia. La scena in cui i loro sguardi si incontrano è quella in cui Gene Hackman fa mostrare a Harry uno stupore che ne deforma i tratti del volto. La catastrofe è imminente. I demoni debordano.
Ricerca dell’anima e macerie post apocalittiche
È solo lavoro, non farsi coinvolgere, eseguire gli ordini senza pensare. È il mantra su cui Harry ha fondato la professione di spia che non può e non deve preoccuparsi delle conseguenze delle proprie azioni.
Fino a quando un evento tragico, la morte atroce di una famiglia di tre persone a seguito di quanto da lui intercettato, non determina una frattura irreversibile e lui diventa l’uomo che vuole farsi dimenticare e che deve dimenticare.
Il massimo della bravura performativa coincide con il massimo della crudeltà umana. È la logica anomica del Sistema.
Ma Harry per quanto distaccato e controllante è pur sempre umano, non ha la perfezione della tecnologia: è un “dispositivo” che non può fare a meno di interpretare, non è mai “oggettivo”, la sua storia fa da filtro ingannevole e riempie a suo modo gli spazi vuoti della conversazione.
Alla donna che vede in sogno e che ha l’aspetto di Ann, dirà: ” Io non ho paura della morte. Ma ho paura dei morti.”
Passata la sottile soglia che divide realtà e sogno, passata l’altrettanta sottile soglia che divide immaginario e reale alla fine Harry fa a pezzi la casa in una sequenza che fa diventare la caccia alle microspie non tanto e solo la caduta nella follia di un singolo uomo quanto la rovina di una intera civiltà.
L’ultima inquadratura di Harry che suona il sassofono sulle rovine dell’appartamento, è di rara amarezza e sconfitta.
Altri crediti
Negli anni 70 un altro uomo che amava registratori, macchine fotografiche, e aggeggi tecnologici similari appariva sullo schermo (piccolo) della TV ma se ne teneva lontano guardandoli con la dovuta ammirazione.
Un po’ fingendo e un po’ sul serio, li addomesticava.
Il Tenente Colombo!
