regia di Baz Lurhmann
con: Austin Butler, Tom Hanks.
Personaggio e regista, si assomigliano.
Non possiamo affermarlo in senso strettamente psicologico, of course, ma estetico senz’altro sì.
Baz Lurhmann non ha certo una regia invisibile, ama che la messa in scena, lo spettacolo siano quello che devono essere, una messa in scena, appunto, dove l’eccesso è uno stile, un modo di essere e pensare lo stare al mondo.
Ed Elvis è smisurato, un pezzo unico in tutto. Dove molto, certo, è leggenda, dove è difficile se non impossibile rintracciare al di sotto dell’icona così potente, la verità umana del ragazzo nato povero e poi diventata star assoluta.
Il regista propone, facendolo esplicitamente dire al “cattivo” colonnello Parker – manager e mentore truffaldino e manipolatore – come la vera dipendenza di Elvis non sia stata quella da alcol e droghe ma dall’affetto, dall’amore smisurato del pubblico. Le scene in cui si mostrano le donne, ragazze come signore, andare in estasi davanti al corpo ed alle movenze sensuali di Elvis, alludono all’eros puro. Fanno venire in mente l’amore dai connotati molto fisici di famose sante per Gesù. E d’altra parte Elvis ha formato il suo gusto e talento musicale anche ascoltando gospel e vivendo con una madre molto religiosa.
E’ questa dipendenza che lo ha ucciso. Tema non nuovo nell’immaginario massmediatico ma che qui è origine di tutto, del bene e del male: è amore che stimola la creatività, è amore che devasta il corpo mortale del performer.
E la morte Elvis ce l’ha sempre di fianco, anche nei momenti felici.
Segnato fin dall’inizio: essere il gemello sopravvissuto all’altro fratello nato morto. Così il destino della madre è la costante vigilanza nell’attesa dell’evento nefasto, un timore continuo perché qualunque cosa è una minaccia alla vita del suo Elvis. Il loro è un rapporto mortifero, un abbraccio continuo ed una risonanza empatica che non lasciano spazio ad Elvis, incapace di sopportare il vuoto della vita, esistente in qualunque vita, perché troppo abituato al continuo esserci materno.
Incapacità strutturata di stare da solo ed inabilità a saper davvero condividere.
Forse, un destino comune a molti artisti, al di là della facile retorica e al di là della possibile “causa”, perché l’innesco di un percorso creativo è, a volte, proprio la sofferenza e il disagio che non si sanano. L’ascesa e la caduta, la gioia e la perdita, i colori rutilanti a coprire il buco esistenziale.
