Due personaggi strampalati in scena e immediatamente scatta l’effetto “Aspettando Godot”.
Siamo nei pressi delle Cascate del Niagara e il rumore dell’acqua ce lo ricorda costantemente. Smith e Wesson fanno lavori immaginari e molto fantasiosi. Uno dice di essere un esperto statistico meteorologo, l’altro è bravissimo nel ripescare i corpi di chi si getta nelle cascate.
A rompere l’incantesimo beckettiano, arriva una giovane donna, portatrice di un obiettivo anch’esso strampalato ma che ha una matrice umana troppo umana: fare qualcosa per cui sarai ricordata e così diventare qualcuno. Nel suo caso, una affermata giornalista.
Sul palco, l’atmosfera è quella giusta per farti interessare a personaggi e ad una vicenda così ai limiti della credibilità. Perché i tre protagonisti sono a loro modo poetici, poco interessati alla concretezza quanto all’urgenza di andar dietro i propri sogni. Personaggi forse ingenui perché privi di quel pragmatico cinismo che deve caratterizzare adultità, saggezza e consapevolezza.
Quando, come era prevedibile, l’impresa organizzata dai tre, fallisce, la signora Higgins – personaggio carismatico, più volte evocato dai tre protagonisti – con il suo toccante e severo monologo, recita l’epitaffio sulla ipocrisia imperante che costringe a gesti estremi per essere “visti”.
L’allestimento e la regia sono coerenti al mood che la drammaturgia trasmette; performance attoriale di ottimo livello, dove la recitazione in lingua francese ne evidenzia ancor più la misura e l’equilibrio.
