regia di Alice Diop
con Kayije Kagame, Guslagie Malanga, Valérie Dréville, Aurelia Petit, Xavier Mali.
Uno dei film più riusciti a proposito del lato oscuro della maternità.
Tema difficile da rappresentare perché l’uccisione della propria creatura appare oltre che mostruosa, illogica e difficile da pensare anche solo nella astrattezza della pura possibilità. Un gesto senza senso che procura un vuoto angosciante, un buco da cui fuoriesce l’essenza stessa del nostro essere e del sentirci umani.
Dal mito di Medea ad oggi, l’orrore dell’inesplicabile non ha subito evoluzioni storiche, e l’opera di Alice Diop ci restituisce intatta la natura di un mistero che tale rimane.
Ispirata ad una vicenda di cronaca, la messa in scena ha un impianto che privilegia la dialettica investigativa propria di un tribunale, dove la gran parte del film è ambientata. Al centro c’è lei, madame Coly: è al banco degli imputati, mentre tra il pubblico c’è la protagonista del film, Rama, una intellettuale, una scrittrice.
Le due donne sono accomunate, per come la regista le inquadra, da una naturale fierezza, da qualcosa di ancestrale che vibra e le fa sembrare due regine rispetto al contesto. Al tempo stesso, capiamo le difficoltà esistenziali di Rama, il suo vivere trattenuto l’evento che anche lei sta affrontando, così come trattenuta ai limiti della provocazione è l’infanticida laddove le parole di smarrimento, l’incapacità di dare una spiegazione sono contraddette dalla consapevolezza di tutto il linguaggio del corpo che non ha mai un cedimento, con uno sguardo che sembra rimbalzare la colpa sugli astanti.
E la sensazione è di una nostra complicità… Semplicemente, magnifico.
