regia di Aleksandr Sokurov
con Vakhtang Kuchava, Lothar Deeg, Tim Ettelt, Fabio Mastrangelo, Alexander Sagabashi.
Un oggetto strano ed indefinibile questo film, a metà strada tra la pura sperimentazione ed un saggio di filosofia in audiovisivo; ha la consistenza materica di un sogno sospeso tra voci bisbigliate con figure che si muovono dentro una sorta di limbo, in attesa. Ma non siamo dalle parti di “Aspettando Godot”. Siamo immersi dentro un mondo fantastico in bianco e grigio, un mondo senza colori, come un disegno in chiaro scuro su foglio bianco. Le ombre che si aggirano in un paesaggio ispirato alle illustrazioni di Dorè ed alle rovine del Piranesi non appartengono a personaggi qualunque, sono i protagonisti del 900.
Secolo di dittature, di uomini soli al comando che vediamo passeggiare, scambiarsi chiacchiere più o meno frivole, ognuno rappresentato con i suoi abiti di scena, ognuno a ripetere personali ossessioni più o meno pubbliche. Stalin, Hitler, Mussolini, Churcill. Per un attimo, Napoleone, forse un ispiratore.
C’è anche Cristo, in attesa davanti una grande porta oltre la quale, la Luce.
Dei quattro protagonisti ognuno ha il suo doppio, una sorta di fratello, di avatar; ricorda come sull’arca di Noè si entrava a coppie, per garantire il prosieguo dopo il diluvio di tutte le specie. Ma qui non si tratta di riproduzione evolutiva quanto della scissione che il potere comporta e a cui obbliga. Forse. L’identità, la doppiezza, la irrecuperabile meschinità dell’essere umano.
Il cinema deprivato della sua dimensione di intrattenimento si fa pura esperienza estetica, sensoriale, meditativa. Un’opera che esce da qualunque possibile forma di catalogazione e comparazione. Un unicum di rara meraviglia.
