HOLY SPIDER (2022)

regia di Ali Abbasi

con Mehdi Bajestani, Zahra Amir Ebrahimi, Arash Ashtiani, Forouzan Jamshidnejad. 

Ali Abbasi – classe 1981 – con “Border” (2018) ha innovato lo sguardo mostrando cosa è perturbante, andando ben oltre la fluidità di genere e toccando la continuità tra normalità e diversità forzando convenzioni e automatismi estetici. Dai bordi di ciò che non è propriamente umano ma che gli somiglia ci fa vedere in modo diretto, attraverso azioni concrete, la decadenza morale dell’umanità.

La poetica di questo autore anche in “Holy Spider” conferma il suo respiro etico-politico, l’attenzione a come sia facile compiere e perseverare in comportamenti crudeli e profondamente ingiusti.

Il paesaggio urbano di una città iraniana dove la vicenda si svolge è filmato con una verità quasi documentaristica, perché il nostro punto di vista coincide con quello della protagonista, la giovane giornalista che si impegna in una inchiesta alla ricerca di un serial killer di donne dedite alla prostituzione.

La regia nervosa, tesa, incollata ai volti fa entrare nei luoghi in modo quasi tattile; gli omicidi sono presentati in tutta la loro efferatezza con tutta la forza fisica necessaria a stroncare la resistenza delle vittime. Una forza sorretta dall’odio per la donna e per il suo potere seduttivo, un potere ammantato dagli stilemi del vizio, dal trucco esagerato ai tacchi delle scarpe. Ed è con gli occhi dell’uomo che vediamo i piedi delle donne appena uccise, fissati con l’ossessione di una perversione indicibile anche a se stesso. L’assassino sta forse punendo le sue “voglie” inconfessabili?

Tutto è reale ma è anche crudelmente grottesco: la fotografia cupa, che vira ai toni del rosso e del giallo ocra ci fa essere in un mondo oscurantista che vive nell’inganno della propaganda ideologica. Dove gli orrori quotidiani del patriarcato e del maschilismo pervasivo si traducono in gesti sempre finalizzati ad annientare la libertà di qualunque donna, al di là della sua condizione sociale.

L’andamento documentaristico via via cede il passo all’incalzare delle azioni, in un finale costruito in modo da suggerire un ulteriore scacco alla possibilità di redenzione, perché Abbasi suggerisce un’altra e più subdola forma di potere: quella del consenso della “gente”, la legge del like, del godimento di essere visti e di uscire dall’anonimato. Proprio così si diventa eroi. E questo sistema annienta l’innocenza anche dei bambini.

 

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