WITTGENSTEIN (1993) riproposto in sala nel 2023

regia di Derek Jarman

con Michael Gough, Tilda Swinton, Karl Johnson, John Quentin, Kevin Collins. 

Questo di Jarman è un film ad alto tasso sperimentale con trovate di regia e messa in scena efficacissime nel dare vita a spezzoni di vita di un pensatore che  più di altri ha innovato la filosofia contemporanea e la cui principale preoccupazione ed occupazione non è stata la logica, a cui ha pure dedicato la sua opera di maggiore rinomanza – il “Tractatus logico-philosophicus”(1921) –  bensì l’etica e la corrispondenza tra  pensiero e comportamenti.

Nato a Vienna nel 1989 da una ricchissima famiglia di magnati della siderurgia, fin da bambino vive circondato da artisti e musicisti di grande fama.

Ma in seguito farà scelte che lo porteranno lontano dall’ambiente di nascita, decidendo ad esempio di arruolarsi come volontario nella prima guerra mondiale o di andare ad insegnare come maestro in una scuola elementare; personalità complessa e contraddittoria – difficile da indagare – moderna ed in anticipo sui tempi.

Il film è stato realizzato con un bassissimo budget obbligando l’autore ad uno sforzo creativo ancora maggiore. Geniale l’incipit con il piccolo Wittgenstein ed i componenti della famiglia vestiti con abiti che ricordano le insegne dell’antica Roma: la ricca e potente famiglia dove molti suoi rappresentanti non brillano per vite risolte e felici. Forse un peso questo privilegio della nascita. Così l’autore, pur all’interno di una sceneggiatura in cui prevale il tono ironico a tratti sarcastico – specie nelle riflessioni di Wittegenstein bambino – fa dire proprio a lui come il respirare un’aria continuamente infarcita di stimoli e di informazioni non sia sempre stato fonte di gioia.  Forse per questo da adulto ricercherà l’essenziale desiderando sottrarsi alla mondanità ed al superfluo cui era destinato?

L’impianto filmico è teatrale non perdendo affatto la vis cinematografica nell’utilizzo di un modo di narrare in cui il montaggio fa la storia dei personaggi, di un contesto e delle sue nevrosi e tic.

L’assenza assoluta di scenografia dà la sensazione di uno spazio ristretto che sembra  quasi venire addosso allo spettatore; glam a basso costo, colorato su sfondo nero dove le figure ed i loro gesti appaiono netti, segnando con pochi movimenti il carattere dei personaggi.

Il film mostra come le scelte strambe e misteriose di Wittegenstein siano guidate dalla ossessione per la coerenza, come se la vita dovesse a tutti i costi testimoniare il  pensiero. Cosa impossibile da realizzare e che rende perennemente insoddisfatti: un ideale di perfezione sconfinante nella anaffettività e nella non cura di sè.

Molto interessante da parte di Jarman è il mostrare senza spiegare, dove è proprio il cinema ad essere capace di farci sentire la sofferenza psicologica e l’intimo lavorio del filosofo, senza rinunciare ad effetti umoristici e parodistici.

Un esempio raro di leggerezza!

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