regia di Paola Cortellesi.
con Paola Cortellesi, Valerio Mastandrea, Romana Maggiora Vergano, Emanuela Fanelli, Vinicio Marchioni, Giorgio Colangeli.
Questo film, prima regia di Paola Cortellesi, è una macchina da guerra. Un’operazione studiata a tavolino dove tutto è calibrato al millimetro per ottenere l’effetto voluto.
L’impossibilità da parte del pubblico di non empatizzare con Delia, la protagonista, e di non appassionarsi alla vicenda – volutamente paradigmatica e didascalica – è una scommessa vinta.
La sapienza cartesiana con cui regista, autori e cast sanno usare le tecniche del racconto cinematografico fanno sì che l’equazione riesca.
Dopo tanti anni per un film italiano ci sono le sale piene.
Ed un passaparola positivo che fa superare il grigiore di una locandina particolarmente spenta.
Quando un film ha tale successo come è stato nel caso di “Barbie” (2023, Greta Gerwig) – fatte le dovute differenze – siamo di fronte ad un fenomeno che va oltre il fatto artistico.
È una cartina al tornasole su tanti aspetti, non solo attinenti al Cinema.
È un test sulla contemporaneità nel nostro paese, su come sia realmente cambiato il rapporto tra i sessi addivenendo a nuove forme, a nuovi modelli socialmente accettati e diffusi. Su quanto anche in Italia sia in agenda il tema della violenza sulle donne e, d’altro canto, come la donna non possa essere più rappresentata come vittima e soggetto passivo bensì come eroina.
Ed è qui l’intuizione registica vincente. Delia è per buona parte del film una donna che subisce e giustifica il comportamento improprio e manesco del marito e che sua figlia per questo a volte disprezza perché vorrebbe si ribellasse. Eppure, in una delle primissime inquadrature, Delia è ripresa mentre cammina lungo il marciapiede della strada – nel quartiere popolare romano in cui vive – come fosse un personaggio degli Avengers quando entrano in campo consapevoli della loro forza e determinati a vincere. È un dettaglio ma ci è sembrato l’indizio primario che sommato ad altri rende credibile e convincente il finale, appunto, eroico. E non è importante che si tratti di un eroismo civile e non fantastico, da cinecomic o similare. L’effetto è quello che conta.
Felice scelta, una sorta di chicca e firma autoriale, è poi rendere coreografati i momenti di violenza che Delia sopporta dal marito evitando così la caduta dal tono di commedia al dramma realistico che avrebbe portato a paragoni pericolosi con il genere “nobile” nostrano, il neo-realismo, vista anche l’ambientazione del film nel 1946.
Tutto il film, seppure molte scene siano proposte in esterno, è girato in forma teatrale andando quindi a depurare la funzione cinematografica dall’obbligo di filmare la tragicità del reale.
I personaggi fortemente simbolici e schematizzati sono – nel senso non peggiorativo del termine – tutte caratterizzazioni, ognuno ed ognuna con una sua precisa focalizzazione. E questo spiega anche la scelta di una fotografia in bianco e nero “grigia”, artificiosa ed artificiale che ricorda le foto ed i fotoromanzi dei primi anni cinquanta. O il tono pacioso e rassicurante dei cinegiornali. Una fotografia più contrastata ed espressionista avrebbe riportato ad altri climi, ad altre filmografie con la la necessità di lavorare sulle sfumature, sulle complessità interiori, sulla ambiguità della realtà. Portando l’operazione fuori dal suo limite: raccontare contenuti forti ed importanti trattati in modo da non turbare e inquietare. Né tantomeno provocare.
Infine l’utilizzo cazzuto – pur se un po’ eccessivo e dichiarativo – del MacGuffin – quando ormai spettatrice e spettatore sono già conquistati, esplicita e chiarifica il significato del titolo. Non si tratta dell’ennesimo riferimento alla mitica scena con le famose parole di Rossella O’ Hara in Via col vento (1939, Victor Fleming), né di una svolta sentimentale nella vita di Delia.
Si tratta di un tema civile e del passaggio generazionale, della responsabilità della eredità politica e culturale che una madre passa a sua figlia.
E della cura e della altrettanta responsabilità che le figlie devono averne.
Perché le conquiste di parità e libertà sono costate e non si devono sciupare né fare avvizzire.
Con questo film che è un miracolo Cortellesi ha inventato un genere, ha indicato una via, ha dimostrato che se c’è una buona idea autoriale e una regia che si prende qualche rischio, il pubblico risponde.
Poi sicuramente il film presta il fianco a critiche e fa alzare qualche sopracciglio perché molti suoi elementi, compresi quelli che ne hanno decretato il successo, sono tutti analizzabili in negativo. E ciò potrebbe essere sintomo di una rinnovata vitalità – speriamo – anche della funzione della nostra critica cinematografica.
Ma lei vince perché l’empatia arriva e coinvolge tutte e tutti.
E – visto in sala – l’esperienza condivisa, dove si “sente” la presa del film, condiziona ed attiva la nostra stessa emozione.
Perché i neuroni specchio esistono.
Brava Paola!
