IO NOI E GABER (2023)

regia di Riccardo Milani. 

Un documentario girato con una passione che arriva al pubblico e riesce a mettere in scena e disvelare la molteplicità dei talenti di un artista a cui si addice la parola “genio”. 

È anche un film di impegno etico e civile nel presentare i cambiamenti culturali economici e sociali del Paese. Perché Gaber è sempre stato e in diversi modi in profonda connessione con il mondo, con il contesto cogliendone anzitempo le matrici e le direzioni.

In tal senso, artista contemporaneo.

Poliedrico e dissacrante, nella fase di maggior successo e notorietà si ritira dagli schermi televisivi e inventa un nuovo modo di stare in scena, il teatro-canzone.

Di grande interesse anche la sua primissima produzione meno autoriale ma dove già si sente la grande originalità e versatilità; Milani mostra, tra l’altro, la collaborazione artistica e la amicizia con Mina, altra icona che farà un passo indietro quando era all’apice.

Dalle testimonianze si ricava la capacità di Gaber di lavorare con la musica, la composizione, la farcitura dei testi. E tutti rimarcano il suo essere stato fin da subito popolare e raffinato, intellettuale mai compiaciuto di sé, ricercatore di linguaggi. Fin dall’inizio esplora e mette in scena il corpo nella sua interezza e non solo la voce o le mani per suonare.

La costruzione della storia che il regista realizza fa scoprire aspetti della sua vita e della sua arte forse meno noti come la lunga collaborazione con Sandro Luporini o l’essere stato il primo ad inizio carriera a dare espressione alla Milano dei quartieri meno famosi ma più veri, popolari e soprattutto vitali.

E poi il sodalizio umano ed artistico con Enzo Jannacci al quale lo lega una sintonia immediata e viscerale.

Belle ed equilibrate le focalizzazioni del Gaber privato da parte della figlia Dalia che fa emergere la figura di un padre affettuoso e soprattutto divertente.

Col procedere dell’età e delle esperienze il taglio che Gaber imprime ai suoi testi lascia via via la strada dell’ironia e del sorriso imperturbabile per diventare più amaro e cupo, senza mai però perdere la vena sarcastica ed umoristica.

E quindi il dialogo /scontro con un certo modo di esibire l’impegno molto alla moda e le canzoni che non risparmiavano la critica furente e feroce. Una fase quasi savonaroliana. E l’urlo liberatorio che chiudeva i suoi spettacoli ad esprimere una rabbia tra il tragico e il gioioso.

Unico, parla a tutte le generazioni, perché il tema è la responsabilità personale, che Gaber testimonia con l’espressione artistica e con le scelte di vita.

Il film commuove, meraviglia, incanta.

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