regia di K. Kieslowski
con Irene Jacob, Jean Louis Trintignant, Fréderique Feder, Samuel Le Bihan, Marion Stalens.
L’ultimo film della trilogia “Tre colori” dedicata ai colori della bandiera francese e quindi ai temi cardine della Rivoluzione del 1789 è anche l’ultima opera realizzata dall’autore. E dove i protagonisti dei film precedenti tornano in scena in un finale, come sempre in Kieslowski, allegorico e che va oltre il realismo dell’immagine.
Rispetto ai precedenti risulta il lavoro in cui la corrispondenza simbolica tra il tema da rappresentare – la fraternità – e la storia raccontata ha maggiore aderenza e rispecchiamento.
Inoltre, in modo limpido e forse più diretto ed esplicito è mostrata l’incidenza del caso nel determinare le svolte dei destini umani, riflessione precipua nella poetica del maestro.
La protagonista – la giovane modella Valentine – dall’animo puro e sensibile e comportamenti lineari e senza mai doppi fini, ben interpreta il senso della condivisione e della responsabilità personale.
Investe casualmente un cane e cercandone il padrone conosce un giudice in pensione, personaggio urticante, quasi grottesco, ma con cui entrerà in relazione e così scopriremo cosa ne ha determinato la chiusura e l’astio verso il genere umano. Ma non verso Valentine per la quale proverà invece una forma di innamoramento platonico.
La conoscenza tra la giovane donna e l’anziano giudice è come il preannuncio di quanto potrà accadere tra Valentine ed Auguste, una sorta di impersonificazione nel futuro del giudice stesso.
Rivedendolo oggi, la dimensione del giudicare – richiedente una dissimmetria tra chi giudica e chi è giudicato – risalta ancor più nel suo essere abissalmente lontana dall’amore, evento intorno a cui ruotano le vite dei protagonisti.
Così, il modo di comunicare ed il continuo ed asfissiante controllo che Michel, fidanzato di Valentine, esercita su di lei e che definiremmo tossico, non c’entra proprio niente con il sentimento amoroso. Laddove l’uomo esige dalla donna il diritto a sapere tutto di lei in cambio della libertà solo per lui.
Come nei film precedenti con il blu ed il bianco, film rosso sposa il colore di riferimento che permea e si insinua dappertutto creandone il particolare climax con luci, scenografie ed arredi viranti sempre su toni caldi, dal giallo ocra alle varie vibrazioni del rosso. A cominciare dalla foto di Valentine sul manifesto pubblicitario a tappezzare le mura cittadine e che vediamo anche nella locandina del film.
Caratteristica peculiare di “Film rosso “è la quasi assenza dei riflessi dei volti sulle superfici di vetro e trasparenti, molto presenti nelle opere antecedenti, a rivelare mediante tale mancanza il carattere mirato, rigoroso, senza finti piani delle storie che si articolano. Forse, certo, gli stati d’animo dei personaggi sono disegnati a tavolino ma la loro resa cinematografica è di grande effetto e arriva come è predisposto dall’autore grazie ad una regia quadrata, impeccabile, immersiva.
Ritorna la scena già presente nei film anteriori costituente il legame segnico all’interno dei tre diversi film: una donna anziana e curva non riesce ad infilare la bottiglia nel cassonetto apposito perché non ci arriva; questa volta il gesto di fraternità di Valentine andando in suo aiuto, concluderà in modo emblematico questo piccolo ma significativo frame di una trilogia illuminata ed illuminista.
