PRISCILLA (2023)

regia di Sofia Coppola 

con Cailee Spaeney, Jacob Elordi, Dagmara Dominczyk, Ari Cohen, Emily Mitchell. 

Priscilla la vediamo di spalle, seduta al bancone di un bar, a bere una bibita avvolta in una luce soffusa e sbiadita che ricorda nell’immagine complessiva, il tono e lo stile di “Lost in traslation” il film della regista del 2003.

È una ragazza giovanissima il personaggio ispirato alla storia della moglie-bambina di Elvis: il film è infatti l’adattamento delle memorie di Priscilla Presley del1985 e propone i temi più cari e ricorrenti nella filmografia di Sofia Coppola.

Centrale è infatti la dimensione esistenziale della solitudine derivante da un profondo e radicato senso di estraneità ai luoghi, in primis la Germania dove l’adolescente americana, sul finire degli anni cinquanta, vive con i genitori essendo suo padre militare, ma poi anche a Graceland, la grande residenza a Memphis in cui sarà di fatto confinata, non potendo seguire Elvis – per volere di quest’ultimo – nei suoi tour e concerti.

La estraneità ai luoghi e ai contesti crea in Priscilla un forte senso di inadeguatezza, di inquietudine e disagio.

Emerge la manipolazione che su un’anima innocente, perché tabula rasa, facilmente attecchisce; una manipolazione esercitata soprattutto dal suo uomo – più grande di lei di dieci anni – che ne condiziona tutte le scelte, da come si deve vestire e pettinare a come e quando esprimere la sua sessualità.

Qualcosa di simile avevamo visto in “Marie Antoinette” (2006) e i due personaggi si somigliano sia per la giovane età sia perché l’essere o diventare ricche e invidiate esalta in queste antieroine il senso di solitudine, spaesamento e di non comprensione.

In specifico qui la Coppola mostra come “lavora” sulla ragazza la svalutazione operata costantemente dall’uomo e di cui Priscilla non si accorge ma che anzi, nei primi tempi della relazione con Elvis, ai suoi occhi innamoratissimi, sembra addirittura un amorevole supporto, una protezione.

E come già succede a Maria Antonietta, Priscilla non ha vie d’uscita intrappolata nella gabbia dorata di un uomo-mito e della sua corte.

Elvis è molto presente ma tranne che per qualche frammento e una breve scena sul finale, la parte pubblica dell’artista non è mostrata, è fuoricampo e ciò contribuisce a innescare la percezione di uno spazio-tempo che non evolve, fatto su misura per accogliere Elvis e circondarlo di persone e cose a lui gradite. E sempre uguali, dove non vediamo alcun segno portato da Priscilla, quasi lei non vivesse in quelle stanze, non usasse quegli arredi e quegli oggetti. Una presenza trasparente, la sua.

Una piccola notazione: il cancello che separa la residenza dal resto del mondo richiama l’inaccessibilità di un’altra residenza, quella della famiglia Corleone de “Il Padrino” (Francis Ford Coppola, 1972) quando Kay va a cercare Michael ma è fermata al cancello, perché lei è un’estranea e tale rimarrà.

Un’opera che arriva allo spettatore in modo non immediato, deve sedimentare ma importante perché definisce i tratti di uno stile di racconto e una profondità di sguardo che fanno della estetica e della poetica di Sofia Coppola una firma inconfondibile

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