TRAP (2024)

regia di M. Nigth Shyamalan 

con Josh Hartnett, Ariel Donoghue, Hayley Mills, Alison Pill, Saleka Shyamalan, Kid Kudi. 

Trap è un film hitchcockiano all’ennesima potenza con una suspence che cresce già da subito con noi che siamo dentro lo sguardo del protagonista, un papà con sua figlia, l’adolescente Riley, insieme allo stadio per il concerto della pop star amatissima da Riley, Lady Raven.

Cooper è attento e premuroso con Riley ed è altrettanto attento nel notare nella struttura agenti dell’ordine numerosi ed organizzati che controllano e vigilano entrate ed uscite. Fatto che attrae la sua attenzione.

Ma perché il nostro protagonista è così interessato a qualcosa a cui nessuno sembra far caso? Già dalle prime sequenze del film noi siamo con Cooper di cui impariamo ad ammirare l’attitudine seduttiva e le abilità manipolative con cui riesce a sapere da un venditore di magliette la ragione di quella presenza armata: la polizia è lì per catturare “il macellaio”, un serial killer di cui è data per sicura – dalla profiler alla guida dell’operazione – la presenza tra la folla. E così deduciamo che il bravo e simpatico papà – nonché vigile del fuoco – è in realtà uno spietato assassino… E da qui inizia un gioco di acrobazie tra l’abilità superiore dello sguardo freddo e lucido del serial killer che sa sempre radiografare le situazioni ed approfittare dell’altrui, umana imperfezione e gli automatismi comportamentali di tutti quelli con cui entra in contatto. In primis la polizia stessa a cui sfugge l’evidenza, nonostante la profiler sia sempre in grado di mettere a dura prova Cooper.

Lectio magistralis da parte di Shyamalan sulla differenza tra chi sa guardare per far emergere quanto si nasconde dietro le apparenze sapendolo utilizzare a proprio favore e la maggioranza delle persone incapace di andare a fondo, galleggiando sull’esperienza e ragionando per cliché.

Altro elemento hitchcockiano, la claustrofobia: specie in alcune sequenze all’interno della struttura lo spettatore è stretto dentro lo spazio, cosa che aumenta la tensione e l’acutezza di sguardo di Cooper. Senza contare la breve ma significativa inquadratura di spalle della dottoressa a capo della missione come schiacciata dalla visione di Cooper dall’alto. E ne vediamo i capelli raccolti in uno chignon, elemento iconico caratterizzante la pettinatura di Kim Novak in Vertigo (Hitchcock, 1958). Claustrofobia è anche sensazione di impotenza come ne La finestra sul cortile da parte di James Stewart (Hitchcock, 1954).

Di grande effetto ed efficacia narrativa le apparizioni nella mente di Cooper della madre superegoica che lo ha allenato alla ossessione per l’ordine e per le cose ben fatte e che rimanda ad un’altra icona del maestro inglese, la madre di Norman Bates in Psyco (Hitchcock 1960).

Il film procede inanellando situazioni richiedenti all’ingegno di Cooper di trovare soluzione a difficoltà crescenti: man mano che la tensione aumenta l’autore chiede a sua volta allo spettatore dosi sempre più massicce di abbattimento della soglia dell’incredulità, richiesta compensata dal godimento di vedere Cooper in azione – fino all’esito finale – preceduto da un inaspettato colpo di scena.

Citazioni – forse queste un po’ eccessive e fuori luogo – nelle sequenze conclusive ad Hannibal de Il silenzio degli innocenti (Jonathan Demme, 1991).

In sintesi, un’opera di grande intrattenimento e di superba e consapevole maestrìa, ma da non sottoporre ad un giudizio realistico.

Anche perché, il più delle volte, la realtà è così poco interessante….

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