regia di Francis Ford Coppola
con Adam Driver, Giancarlo Esposito, Nathalie Emmanuel, Aubrey Plaza, Shia LaBeouf, Jon Voight.
Film testamento, Coppola vuole dire tutto quello che ritiene di dover trasmettere e i temi sono quelli importanti: il potere, la difficoltà di essere creativi perché incompresi, l’amore e il suo valore salvifico, la responsabilità verso le nuove generazioni. L’arte e la sua eternità capace di fermare il tempo.
Il film più dichiaratamente a valore universale di Coppola ma al tempo stesso anche più personale, dedicato a sua moglie Eleanor da poco scomparsa.
Ambientato in una New York che è la New Rome, in cui tutto si decide nell’ambito di una élite, una oligarchia familiare e familistica perché il potere riguarda e si gioca da sempre in una cerchia ristretta, in cui il denaro è capace di muovere ogni cosa ed in cui la famiglia e le sue dinamiche è il dispositivo più consolidato determinando alleanze ed aspettative, rivalità ed invidie.
I personaggi si esprimono in modo letterario, spesso per citazioni, a rinforzare l’idea del loro essere simbolici, tipologie antropologiche più che persone reali. Dove l’enunciato sovrasta la messa in scena producendo l’effetto di un troppo pieno.
Così è Catilina, il protagonista, l’architetto visionario, artista e scienziato innovatore ma anche autoreferenziale e divorato dal senso di colpa per la morte della moglie. Catilina c’est moi, verrebbe da dire.
Catilina è – come gli altri – pieno di ombra e degenerazione, la sua genialità non lo emenda. Non a caso si chiama Cesar Catilina in una convivenza di opposti che ne visibilizza già nel nome la perenne inquietudine ed altalenanza. L’essere umano cade, per sua natura: cade nel vizio che gli dà piacere e lo seda dalla angoscia di vivere.
In fondo questa rutilante e barocca e al tempo stesso decadente rappresentazione che è la favola di Megalopolis è una sorta di parabola che rappresenta proprio il fallimento e la fiducia di potersi rialzare.
Le location ricordano New York in abiti romani ma a tratti è più la Gotham City di Batman e Joker con le caratteristiche del populismo proprie del nostro presente.
Un film disarticolato, iperdidascalico, ridondante, a tratti kitsch con un happy end tutto fantasy che non è “la” soluzione quanto piuttosto l’unica mediazione reale consentita all’essere umano: l’utopia che si incarna grazie al nuovo che sempre mettiamo al mondo, nonostante tutto.
Affascinante nel suo essere borderline, un’esperienza da vivere, da abitare.
