MEGALOPOLIS (2024)

regia di Francis Ford Coppola 

con Adam Driver, Giancarlo Esposito, Nathalie Emmanuel, Aubrey Plaza, Shia LaBeouf, Jon Voight. 

Film testamento, Coppola vuole dire tutto quello che ritiene di dover trasmettere e i temi sono quelli importanti: il potere, la difficoltà di essere creativi perché incompresi, l’amore e il suo valore salvifico, la responsabilità verso le nuove generazioni.  L’arte e la sua eternità capace di fermare il tempo.

Il film più dichiaratamente a valore universale di Coppola ma al tempo stesso anche più personale, dedicato a sua moglie Eleanor da poco scomparsa.

Ambientato in una New York che è la New Rome, in cui tutto si decide nell’ambito di una élite, una oligarchia familiare e familistica perché il potere riguarda e si gioca da sempre in una cerchia ristretta, in cui il denaro è capace di muovere ogni cosa ed in cui la famiglia e le sue dinamiche è il dispositivo più consolidato determinando alleanze ed aspettative, rivalità ed invidie.

I personaggi si esprimono in modo letterario, spesso per citazioni, a rinforzare l’idea del loro essere simbolici, tipologie antropologiche più che persone reali. Dove l’enunciato sovrasta la messa in scena producendo l’effetto di un troppo pieno.

Così è Catilina, il protagonista, l’architetto visionario, artista e scienziato innovatore ma anche autoreferenziale e divorato dal senso di colpa per la morte della moglie. Catilina c’est moi, verrebbe da dire.

Catilina è – come gli altri – pieno di ombra e degenerazione, la sua genialità non lo emenda. Non a caso si chiama Cesar Catilina in una convivenza di opposti che ne visibilizza già nel nome la perenne inquietudine ed altalenanza. L’essere umano cade, per sua natura: cade nel vizio che gli dà piacere e lo seda dalla angoscia di vivere.

In fondo questa rutilante e barocca e al tempo stesso decadente rappresentazione che è la favola di Megalopolis è una sorta di parabola che rappresenta proprio il fallimento e la fiducia di potersi rialzare.

Le location ricordano New York in abiti romani ma a tratti è più la Gotham City di Batman e Joker con le caratteristiche del populismo proprie del nostro presente.

Un film disarticolato, iperdidascalico, ridondante, a tratti kitsch con un happy end tutto fantasy che non è “la” soluzione quanto piuttosto l’unica mediazione reale consentita all’essere umano: l’utopia che si incarna grazie al nuovo che sempre mettiamo al mondo, nonostante tutto.

Affascinante nel suo essere borderline, un’esperienza da vivere, da abitare.

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