regia di Sean Baker
con Mikey Madison, Mark Eydelshteyn, Yuriy Borisov, Karren Karagulian, Ivy Wolk.
Ci sono film che più di altri fanno “segno”, costringono il linguaggio cinematografico ad una torsione, ad un salto di paradigma. E che non assomigliano a nessun altro pur avendo in pancia una molteplicità di altre opere. E quel film magicamente coglie la dimensione contemporanea, la più difficile da mostrare mentre la si vive.
Anora è un po’ tutto questo. Tante cose, financo troppe. Ma non è Barbie, non nasce per essere mainstream quanto è operazione d’avanguardia tutta giocata all’interno del suo universo di riferimento, il Cinema.
Per la storia raccontata l’associazione che scatta immediata è con Pretty woman (Garry Marshall, 1990) of course. Dentro questa associazione si misura il triplo salto mortale che il mondo, il paesaggio che abitiamo ha compiuto. Favola ricalcante, quella di Pretty woman, la favola di Cenerentola esistente in forme rivedute e corrette da un tempo senza tempo. E poteva farlo, risultando perfino credibile sia pure in quanto evento raro ed eccezionale; fantastico, appunto.
Oggi-invece- la favola, il riscatto sociale, la possibilità di cambiare vita in modo radicale è impensabile prima ancora che irrealizzabile. Ed è questo orizzonte a determinare il cinismo diffuso, l’individualismo consumistico, l’assenza dell’amore come incontro con l’Altro. Perché non ci fidiamo più.
Anora è una giovane sex worker di New York; lei parla e capisce la lingua russa poiché la parlava sua nonna e così le affidano un cliente desideroso di interagire con una ragazza nella propria lingua di provenienza. Da qui a scoprire che Ivan oltre ad essere giovane e generoso è anche ricchissimo, ci vuole poco. Dopo il momento pretty woman, arriva il momento Tarantino e l’incontro/scontro con gli uomini a guardia del giovane rampollo incapace di badare a se stesso.
L’opera è piena di stereotipi, tra cui la temibile madre di Ivan, che tratta il figlio come eterno bambino da proteggere e tale lo fa rimanere. Inchiodato ad una esistenza senza storia.
Lo stesso Ivan è un miscuglio di tanti maschi già visti specie negli ultimi tempi, molto poco virili e strutturati e inadatti a qualunque forma di responsabilità, confusi ed instabili, preda del piacere immediato e sedativo: alcool, sesso e droghe. E danaro a dismisura, nel suo caso, a renderlo ancora più asservito al volere dei genitori, tipici russi oligarchi, crudeli e spaventosi. Oligarchi russi che hanno sostituito i clan mafiosi di origine italiana nell’immaginario collettivo.
Dopo l’attraversamento dei generi l’autore fa ripiombare Anora nella realtà. In un finale inaspettato non tanto nel significato quanto nella scelta di cosa e come metterlo in scena. Scelta assolutamente efficace, a chiudere un film che ci regala una figura femminile tra le più interessanti e sfaccettate viste negli ultimi anni.
Perché Anora, proprio come il film, attraversa e ci fa attraversare stati d’animo “a rotta di collo” in una cavalcata in cui si passa dalla commedia sexy e romantica, al comico-grottesco, al realismo. E dopo averci divertito, ci commuove.
