regia di Clint Eastwood
con Nicholas Hoult, Toni Collette, J.K. Simmons, Kiefer Sutherland, Leslie Bibb.
Clint realizza un film quadrato, radicale, che va dritto al punto.
Protagonista è il dilemma irrisolvibile – in modo perfetto – tra giustizia e ingiustizia, tra verità legale e realtà fattuale; perché dipende sempre da troppe variabili complesse, perché soggettive.
E a tal proposito il finale del film esprime in modo chiaro il pensiero del regista: sono essenziali le scelte individuali, sono queste a poter fare la differenza laddove il sistema burocratico, con le sue regole e procedure, da solo non ce la fa. Anzi può essere facilmente aggirato.
La storia è esemplare per dimostrare questa tesi e lo spettatore già dai primi momenti conosce il dramma in cui Justin, il protagonista, precipita a seguito della convocazione a far parte di una giuria in un processo per omicidio.
Justin è un giovane uomo in attesa di una figlia e sua moglie è provata per una precedente gestazione fallita, un evento che anche lui ha molto sofferto.
Ora tutto sembra andare bene e la coppia è felice. Ma in tribunale Justin scopre che è forse stato proprio lui a determinare, del tutto involontariamente, la morte di una donna. Morte di cui è invece accusato il compagno, ora a processo.
Gran parte del film si svolge così in tribunale e, concluso il dibattimento, assistiamo al confronto tra i giurati. Dove Justin cerca di evitare la condanna dell’imputato ma, allo stesso tempo, è ben intenzionato a non finire lui intrappolato nelle maglie della Legge, dea bendata. Quindi, se l’ambientazione è simile al film di Sidney Lumet (La parola ai giurati, 1957) molto diversa è l’attitudine del protagonista scisso in modo tragico tra due motivazioni di grande potenza, una più soggettiva, l’altra più etica e valoriale. Interessante è come Justin passi dalla gioia familiare, dal brindisi con gli amici per l’imminente genitorialità all’abisso di inquietudine che deve tenere solo per sé.
L’opera colpisce per la sua nettezza nel mostrare come tutte le parti in causa, in primis i giurati, siano incapaci di uscire dai propri convincimenti. Ma anche e solo dalla volontà di risolvere velocemente la faccenda. E siano tutti – tranne proprio Justin – decisi per la colpevolezza del compagno della donna che ha tutte le “carte in regola” per il ruolo di “colpevole”. Poi le cose cambiano per i dubbi che la stessa procuratrice comincia a nutrire.
Un film splendido, tagliente, amaro e umano. A 94 anni il regista riesce a mettere in scena un grande tema politico-sociale ed esistenziale ma usando al meglio il dispositivo cinematografico, con una scelta e una direzione degli attori capace di far intendere le psicologie dei diversi personaggi e le loro evoluzioni.
Ed avendo come protagonista un antieroe con cui non si può non empatizzare.
