regia di Ridley Scott
con Paul Mescal, Pedro Pascal, Connie Nielsen, Denzel Washington, Djimon Hounsou, Yuval Gonen, Joseph Quinn, May Calamawy, Fred Hechinger, Derek Jacobi, Lior Raz.
A distanza di molti anni – il Gladiatore esce in sala nel lontano 2000 – un sequel che è la cartina al tornasole della impossibilità nel contemporaneo di riproporre un clima epico, seppur artefatto e magniloquente come l’originale.
L’immaginario collettivo è saturo di avventure Marvel e di universi paralleli in cui tutto può accadere e di fatto accade. Allora il blockbuster deve esagerare ancor di più, sfiorando così il ridicolo. Tuttavia, quando accade, non è unicamente per distrazione o imperizia quanto per una sorta di riflesso condizionato in relazione ad aspettative di un pubblico che richiede di essere sorpreso, ammaliato da un gioco in cui potersi immergere senza pensare troppo. Cinema come intrattenimento tout court. Che di per sé non è “sbagliato”. La Settima Arte nasce con questo intento.
Va poi notato che il regista Ridley Scott non si è mai preoccupato della fedeltà storica quanto della fedeltà all’idea complessiva che vuole trasmettere. La Roma imperiale di questo film è più vicina alle dinamiche di potere dell’Impero Usa che a quelle della Roma dell’epoca. Il conflitto tra il potere imperiale e quello del Senato fa risuonare quello tra potere presidenziale e Congresso americano. Con tutte le derive in termini di “complottismo”, alleanze sottobanco tradimenti. Davvero questo impero romano in cui tutto è in rovina malgrado la magnificenza ha poco a che fare con Roma quanto con il disfacimento incontrollato dell’Occidente, dove il potere non governa e il popolo desidera farsi ingannare.
Annone, il protagonista, è l’antieroe disorientato e frastornato dalle cose che gli cadono addosso, non ha né il tempo né l’attitudine per elaborare qualcosa di suo, può solo chiedere aiuto. Al padre. La nostalgia del Padre, il sintomo per eccellenza – con tutte le sue contraddizioni – di un presente in cui si rimane condannati ad una perenne condizione infantile.
Giocattolone fracassone e guilty pleasure ma, volendo, il metatesto è evidente proprio in quell’esagerare disfunzionale che il regista propone.
Tuttavia se si possono spiegare ed interpretare le scelte registiche – comprese quelle relative al cast – i problemi di sceneggiatura sono evidenti, problemi che si acuiscono nel doppiaggio italiano.
Un’opera che si lascia guardare, in cui è la frammentazione a prevalere e l’alternanza di scene magnifiche con altre insignificanti.
