regia di Pablo Larrain
con Angelina Jolie, Pierfrancesco Favino, Alba Rohrwacher, Haluk Bilginer, Kodi Smit-McPhee.
Un film di fantasmi che vivono nella realtà, oltre l’onirico: fin dall’incipit la fotografia riprende gli ambienti della casa parigina di Maria Callas come avvolti in una sorta di nebbia, c’è come un velo che rende tutto rarefatto.
Anche le scene più realistiche, quando Maria cammina nelle strade, sono rese fantasmatiche da un paesaggio quasi in assenza di persone o di rumori di fondo. Tutto è ovattato. Maria è già morta da tanto tempo, forse da quando Onassis l’ha lasciata o da quando ha perso la voce. O da quando la madre la vende, giovanissima, agli ufficiali.
Forse Maria non c’è mai stata.
Il film racconta questa consapevole cancellazione di sé. L’unica cosa reale è la Callas, la diva e i suoi personaggi. Il Teatro.
Lei è come trasparente e quasi evanescente senza i suoi abiti di scena e nell’ultima settimana di vita si aggrappa al desiderio di ritrovare dentro di sè quella voce, la voce della Callas incisa sui dischi, qualcosa che sembra appartenere ad un’altra entità. Questa ossessione la rende refrattaria alle esigenze del vivere quotidiano che il fedele maggiordomo e l’affettuosa governante cercano invece di presidiare. Ma lei vanifica i loro sforzi eccedendo arbitrariamente con i medicinali, ignara di sé pur di avere le forze per coltivare l’illusione.
Maria appartiene all’arte, non è di questo mondo.
Un film forse troppo freddo per conquistare l’empatia immediata e l’affezione al personaggio. Larrain sceglie la strada della non immedesimazione per un biopic teorico e sperimentale, un’ipotesi sulla Callas, i suoi misteri ed i suoi tormenti presentati all’occhio del pubblico ma lasciati nello spazio indefinito al confine tra realtà e vissuto soggettivo. Una scelta che non esalta la figura della protagonista, non la rende eroica perché l’epica è dalla parte della sua immagine iconica, ma fa emergere il film, un’opera di profonda sensibilità ed eleganza formale nel tratteggiare la particolare fragilità propria dell’artista.
Dopo Jackie (2016) e Spencer (2021) con Maria Larrain mostra un altro aspetto di un femminile avviluppato e soffocato dalla sua stessa luce.
