regia di Uberto Pasolini
con Ralph Fiennes, Juliette Binoche, Tom Rhys Harries, Charlie Plummer, Marwan Kenzari, Claudio Santamaria.
Uberto Pasolini ha realizzato un film asciutto, essenziale, che lavora in togliere e facendo risplendere i suoi attori – specie gli interpreti di Odisseo e Penelope – con lunghi primi piani ed una fotografia tesa ad evidenziare emozioni e stati d’animo.
Del racconto fondativo della cultura occidentale l’autore ritaglia la parte finale, il ritorno, appunto, di Odisseo alla sua isola da dove è partito circa vent’anni addietro per combattere contro Troia. Rasa al suolo la città nemica grazie al famoso inganno del cavallo, Odisseo andrà per mare spinto dalla avventura, dagli incontri, dal volere degli dei. In questo film tutta la parte leggendaria ed avventurosa e soprattutto l’interventismo dell’Olimpo, non interessa.
Odissseo è quello che è diventato, un vecchio decadente più somigliante ad un mendicante che ad un valoroso guerriero, che vediamo portato dal mare sulle rive di Itaca, solo e malridotto. Non c’è nulla di epico o divino, tutto è molto umano e l’eroe sembra dissolversi a fronte di quanto l’esperienza della guerra e dei massacri lo abbiano segnato, rendendolo un “altro”. Anche per questo non viene riconosciuto, tranne che dal cane Argo.
Complice la scelta di costumi “ridotti” sovente a stoffe che ricoprono il corpo e l’ambientazione in location di tipo pastorale – dove il castello in cui vive la regina è non più di una rocca – si sente il carisma del tempo arcaico.
Tuttavia sceneggiatura, regia e messa in scena sanno tenere insieme il fascino di un mito tanto significativo con anacronismi e temi – in primis la guerra – trattati con una sensibilità ed una urgenza tutta contemporanea.
Odisseo si vergogna delle azioni fatte e si riconosce la sola identità di soldato mentre invece Penelope è rimasta regina con i suoi valori, non intaccata da tutto quanto ha dovuto subire. Anche il rapporto tra madre, padre e Telemaco è moderno nel proporre ambivalenze, aspettative, necessità di individuarsi.
Film di silenzi e di pause ma che ha un ritmo fluido, morbido. Tranne nella terribile scena della uccisione a freddo dei Proci, volutamente ruvida e quasi meccanica, in assenza di patos. Odisseo lo aveva predetto, lui dalla guerra e dalla “grammatica” della violenza e del sangue non riesce ad uscire, la porta con sé.
Il finale è anch’esso decisamente contemporaneo e non è il classico happy end, è il dialogo riflessivo di una coppia che sa che per ritrovarsi occorrerà impegno e dedizione.
Un modo sicuramente interessante e coinvolgente per ritornare sull’Odissea.
