THE BRUTALIST (2024)

regia di Brady Corbet 

con Adrien Brody, Felicity Jones, Guy Pearce, Joe Alwyn, Raffey Cassidy. 

Visto il titolo viene facile dire che il film è “brutalista” verso il pubblico con una durata – comprensiva di quindici minuti di intervallo presenti in pellicola con relativo conto alla rovescia – di 215 minuti.

Il film non fa sconti e pretende attenzione e rispetto; ripagato, come nell’approccio brutalista alla architettura, con la crudezza e l’essenzialità del film privo di infingimenti, morbidezze, abbellimenti.

Protagonista è Laszlo Toth, personaggio di fantasia ma concepito in modo da sembrare realmente esistito, architetto ungherese sopravvissuto al campo di concentramento, che emigra in Usa. Accolto da una statua della libertà che Corbet ci fa vedere a testa in giù, inquadratura profetica.  Dopo alterne vicende per adattarsi ad un contesto respingente nei confronti di un ebreo povero, grazie ad un ricco magnate può realizzare un’importante e monumentale opera architettonica. Dove riproporre l’orientamento brutalista con cui aveva realizzato opere già significative in Europa, architettura riconoscibile tra l’altro per la visibilità del cemento vivo utilizzato nella sua grezza matericità e la preferenza per forme nette e lineari.

La moglie e la nipote, scampate anch’esse ai campi nazisti, lo raggiungeranno. L’inizio del sogno americano?

Tanti i riferimenti all’immaginario cinematografico da La fonte meravigliosa (King Vidor, 1949) al Petroliere (Paul Thomas Anderson, 2007) ma The Brutalist è qualcosa di molto diverso nel focalizzare il rapporto tra Europa ed Usa, un paese in cui, come dirà sua moglie, sono tutti corrotti. Così la figura del magnate condensa in sé – in maniera spietata e feroce – manipolazione, abuso di potere, sfruttamento, invidia verso l’altrui genialità.  Ed istinto barbaro al possesso che si traduce in una azione particolarmente violenta ed empia.

Il lavoro dell’autore – che ha scritto la sceneggiatura con Mona Fastvold, anche intervenuta in regia, impiegando sette anni e un budget di appena 9 milioni di euro – se si pensa all’impressione che fa il film di giocare non nel campionato del cinema indi o arthouse ma in quello del classico film hollywodiano, compreso un cast di livello, è grande prova di abilità registica. Ha saputo tenere insieme tante variabili senza rinunciare al risultato, come fa lo stesso Laszlo.

Basterebbe ciò a farne un film eccezionale.

Ma perché chiedere tanto tempo? È davvero necessario o è un mero esercizio di narcisismo e presunzione autoriale da parte di Corbet?

Non si tratta di un tempo per la narrazione di una trama complicata ma necessario per sedimentare e comprendere l’evoluzione del protagonista, il suo dramma interiore che si esprime nel monumento; aspetto fondamentale per Laszlo è non accettare infatti compromessi sul suo progetto, anche quelli che sembrerebbero di poco conto. Solo alla fine del film, nell’epilogo, capiremo le ragioni profonde della sua resistenza e, come in tutte le opere d’arte, anche per un film è la visione completa che darà significato ad ogni sua singola parte.

Un film che si prende grandi rischi ma che va a segno.

Memorabile.

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