regia di Luca Guadagnino
con Daniel Craig, Drew Starkey, Leslie Manville, Jason Schwartzman, Henry Zaga.
Un’opera complessa questo film di Luca Guadagnino, ispirato all’omonimo romanzo breve di William S. Borroughs scrittore misterioso ed impenetrabile per la cui lettura occorre una massiccia dose di empatia perché richiede di entrare nella sua interiorità, quasi nella sua psiche.
Lee, il protagonista, è l’alter ego di William. Alla ricerca di qualcosa che lo salvi dalla angoscia esistenziale, dalla “anestesia” a cui si è abituato per sopravvivenza: il consumo di alcool e droghe in modo massivo, il sesso come innesco di un piacere mai capace di strutturarsi in una relazione, oltre l’abbandono di una notte in attesa di un’altra. Lee è uno scrittore americano omosessuale e a Città del Messico, negli anni cinquanta, può vivere in compagnia dei sui vizi e dipendenze.
Il rapporto con la realtà è deviato dalle droghe, immerso in un continuo stato onirico, uno stato che lo protegge dal confronto attivo col mondo ed amplifica la capacità di scrittura, di creatività, che si accompagna alla percezione acuta del dolore di vivere. Passa giorni tutti uguali tra bar, rimorchi di giovani ragazzi, siringhe di eroina. Poi, l’incontro casuale con Eugene, l’inizio di una frequentazione tra il maturo Lee – un uomo a pezzi – ed il giovane americano enigmatico, poco propenso a raccontare di sé. Lee lo desidera, vorrebbe penetrarne l’anima ma Eugene è sfuggente, non vuole o forse non può creare un legame più profondo, l’unica dimensione per innescare in Lee la vitalità perduta.
Eugene decide di accompagnare Lee nel suo viaggio in Equador e poi nella giungla, alla ricerca dello yagè, una droga in grado di sviluppare capacità telepatiche. Forse l’ultimo tentativo, l’ultima speranza per Lee di connettersi, di entrare in comunione con Eugene.
Tanti ed importanti i riferimenti del film, da Carpenter a Lynch a Bertolucci. Al pittore Francis Bacon. Ma a prevalere, la mano elegante del regista palermitano che qui orchestra in modo impeccabile la vicenda umana troppo umana dell’aspirazione a qualcosa d’altro che non si potrà mai possedere totalmente, essendo l’oggetto d’amore per sua natura poco addomesticabile. Come dirà Eugene, lui è disincarnato: come tenere, come afferrare qualcuno di così evanescente?
Guadagnino mostra uno straordinario talento nella scelta e nella direzione degli attori e nel combinare in una alchimia di grande efficacia cinematografica la fotografia, gli effetti speciali, la musica. Viviamo l’esperienza proprio come la percepisce Lee. Bellissima, di infinita tenerezza la carezza immaginaria che Lee dà ad Eugene. Si realizza nel suo desiderio, non sarà mai reale: quando lo diventa prima ci commuove ma poi si dissolve lasciando il segno del rimpianto.
Decadente, struggente. Ai confini della umana sopportabilità il desiderio di Lee.
Un film di grande potenza.
