regia di Lilja Ingolfsdottir
con Helga Guren, Oddgeir Thune, Heidi Gjermundsen Broch, Marte Magnusdotter Solem.
Il titolo italiano è suggestivo ma è già una tesi sulla protagonista del film, Maria, che incontra ad una festa Sigmund, più giovane e con meno vincoli di lei madre separata con due bambini.
Nasce una storia d’amore, i due vanno a vivere insieme mettendo su una famiglia con i figli di Maria e con i loro che verranno.
Dopo l’incipit in cui si mostra l’innamoramento e la passione, i primi tempi di perfetta convivenza con l’annuncio dell’arrivo del loro primo figlio, il film si fa più nervoso e “sta addosso” a Maria, al suo inabissarsi in un groviglio di situazioni di vita quotidiana complicata dall’accudimento dei figli e dalle frustrazioni sul fronte lavorativo.
Le reazioni alle difficoltà diventano eccessive, poco lucide.
Sigmund appare più equilibrato, forse distaccato ma mantiene la calma ed è un genitore sempre affettuoso con i figli. Lo è anche con Maria, ma non basta per compensare la gran fatica e lo stress psicologico che lei sostiene ogni giorno, mentre Sigmund è spesso lontano da casa per i suoi impegni di musicista.
Il film diventa il resoconto del viaggio interiore di una donna disorientata, che attribuisce a Sigmund tutte le colpe del fallimento del rapporto e sembra non rassegnarsi ad accettarlo. Molto doloroso è scoprire la lontananza che la figlia adolescente mette tra loro due, dove Maria chiede invece un sentimento di complicità e di vicinanza.
L’incontro con la madre è centrale per capire da dove viene la sua insicurezza, come è centrale lo scambio dialogico con la terapeuta e la decisione di fare i conti con se stessa.
L’aspetto più interessante del film è l’attraversamento degli stati d’animo della protagonista empatizzando con le sue ragioni ma senza trascurare i punti di vista degli altri personaggi.
Non c’è una presa di posizione quanto il mostrare gli eventi ed i loro effetti, in una frammentarietà molto vicina a come le cose realmente succedono, senza preoccuparsi della coerenza della costruzione narrativa.
Si procede in modo impressionistico, si accompagna Maria in tutte le fasi delle sue intime scoperte. Il diventare, forse, adulta e capace di gestire le cadute, i fallimenti.
La regista ci mette di fronte all’asprezza del reale che non si può “curare”, si può però imparare a viverlo e allora sarà – forse – più sopportabile.
Un film che colpisce, ricco di spunti per costruire il puzzle di una verità dinamica quanto sfuggente.
