regia di Jafar Panahi
con Vahid Mobasseri, Mariam Afshari, Ebrahim Azizi, Hadis Pakbaten, Madjid Panahi.
È sera, una tranquilla famigliola è in macchina. Il padre alla guida, la moglie al suo fianco è incinta, la loro bambina è sul sedile posteriore e gioca e balla ascoltando la musica dall’autoradio. Poi, l’incidente: l’uomo non vede un cane e lo travolge. La figlia lo rimprovera e lui si giustifica; non poteva fare altrimenti, non lo ha fatto apposta, non è sua responsabilità.
Ma l’auto si blocca e nel cercare aiuto l’uomo entra nell’officina dove lavora Vahid che sente – non visto – i rumori dei suoi passi.
È questo l’innesco di una narrazione tra il thriller, il dramma e la commedia.
L’accensione è il cigolio che l’uomo produce camminando e da questo particolare Vahid crede di riconoscere il suo torturatore nelle carceri del regime iraniano. Non ne è sicuro, non lo ha mai visto in faccia e questa incertezza lo ferma dal gesto estremo: si rivolge così ad un amico per rintracciare chi potrebbe aiutarlo nel riconoscimento. Così entra in contatto con due donne ed un giovane anche loro vittime dello stesso torturatore soprannominato “gambadilegno”.
Panahi costruisce in modo perfetto l’articolazione della narrazione che ha sì un cuore tragico ma – come sempre nel suo cinema – emerge poi dalla interazione tra i personaggi, un tono umoristico, quasi da commedia degli equivoci. Che a tratti fa pensare allo humor nero de La congiura degli innocenti (Hitchcock, 1955). Nel tentare di risolvere il suo dilemma etico il protagonista coinvolge gli altri in vicende accidentali che si inanellano una dentro l’altra rendendo la situazione sempre più paradossale.
Si tratta di un racconto morale ma non moraleggiante su come affrontare e rispondere al male ricevuto, tema di fondamentale importanza perché riguarda la gestione della violenza istintiva e la scelta quindi tra vendetta e decisione di non rispondere al male subito, con altrettanto male.
Il regista anche in quest’opera focalizza l’attuale situazione del suo paese, le ferite inferte dal regime in nome di una fede oltranzista ed intollerante, la corruzione diffusa, l’impotenza e la paura di ritorsioni nascoste sotto l’apparenza di vite normali.
Il film coinvolge, fa pensare, a tratti anche diverte.
Finale perturbante ed efficacissimo nella sua “semplicità”: la passione civile di Panahi arriva a segno, utilizzando i mezzi dell’arte cinematografica. Una inquadratura fissa e un rumore appena percepibile a creare un’atmosfera fortemente inquietante.
