di Samuel Beckett
regia di Gabriele Russo
con Michele Di Mauro, Giuseppe Sartori, Alessio Piazza, Anna Rita Vitolo
scene Roberto Crea
costumi Enzo Pirozzi
disegno luci Roberto Crea e Giuseppe Di Lorenzo
musiche e progetto sonoro Antonio Della Ragione
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo di Palermo.
Teatro Bellini di Napoli – Stagione 25/26
Misurarsi con Beckett ed in particolare con Finale di partita, prima rappresentazione a Londra nel 1957, richiede coraggio e passione sincera per il teatro come luogo di ricerca e di esplorazione che va oltre la dimensione dello spettacolo, sconfinando con la letteratura e la filosofia, perché ogni parola e ogni sospensione hanno una precisione formale perfetta ed al tempo stesso sempre allusiva, di rimando ad infiniti sottotesti. Dove significante e significato creano cortocircuiti di senso non definibili una volta per tutte; un’opera aperta che non si fa addomesticare. Pretende da chi la rappresenta e da chi ne è spettatore attenzione ed adesione massima, integrata ad una libertà interpretativa altrettanto massima.
Il regista Gabriele Russo riesce attraverso le performance attoriali, le scelte scenografiche ed il coordinamento di tutti gli elementi in gioco a fornire la sua chiave interpretativa, mantenendo intatta la forza potente del testo dell’autore irlandese.
Rispetto ad altre messe in scena più astratte e distopiche, qui c’è uno spazio, per quanto decadente e fatiscente, riconoscibile come una casa ed i genitori di Glamm invece che in due bidoni vivono in una vasca da bagno.
I due protagonisti, Glamm – anziano e cieco e sulla sedia a rotelle – e Clov – più giovane e costretto invece a non potersi sedere mai – vivono nell’eterno ritorno dell’uguale, in una relazione fatta di fastidio profondo e di momenti di quasi tenera comprensione. Dove Hamm minaccia costantemente Clov di cacciarlo via sapendo che lui non se ne andrà e Clov, a sua volta, desidera andar via consapevole di voler/dover restare in quella casa, a servire Hamm. E a cucire per lui animali di pezza nell’illusione che Hamm vuole mantenere: qualcosa di vitale, seppur finto, lo ami.
Fuori da questa “casa rifugio” sembra non esistere più nulla eppure Hamm ordina continuamente a Clov di controllare, di guardare più lontano con il binocolo. Ambedue sanno di compiere gesti privi di rispondenza alla realtà, ma insistono: è il loro modo complice di sopravvivere.
Nella visione beckettiana non c’è possibilità di uscire dall’abisso di solitudine e non sense della vita, fatalmente destinata – nel caso di quest’opera – a rincorrere sogni inesistenti consolandosi con i biscottini per cani custoditi in una fantomatica dispensa e di cui Hamm è assoluto padrone.
Nell’allestimento si privilegia e si focalizza la relazione ambivalente tra il padrone ed il servo, si allude ad un passato forse diverso tra i due, diventato un presente annichilente; eppure i due uomini non riescono e forse non desiderano cambiare, né provano a farlo.
È evidente il rimando alle relazioni familiari – potremmo dire – tossiche per natura nel loro ingabbiare in vincoli privi di ragione ma capaci di invischiare l’individuo per una intera esistenza.
Il lavoro fa apprezzare, grazie poi all’ottima interpretazione del cast, il nitore adamantino di un testo iconico e sempre capace di parlare al e del nostro presente.
