LA MIA FAMIGLIA A TAIPEI (2025)

regia di Shih-Ching Tsou 

con Shi-Yan Ma, Janel Tsai, Nina Ye, Brando Huang, Akio Chen. 

Una famiglia tutta al femminile si trasferisce a Taipei e la situazione si presenta subito difficile: madre abbandonata da un marito che le ha lasciato i suoi debiti, la figlia maggiore inquieta ed in perenne contrasto con la madre, la piccola I-Jing che deve badare a sé stessa.

Shu-fen apre una rivendita di noodles nel mercato notturno, mentre I-Ann lavora in un negozio ed ha una relazione con il gestore; I-Jing ha tutto il tempo per girovagare per il mercato, entrare nei negozi, assistere ai litigi familiari.

C’è poi la nonna materna, bizzarra e vanitosa, che seppure aiuti economicamente la figlia non le risparmia rimproveri aumentandone lo stress e la tensione.

Lo sguardo con cui la vicenda è proposta è quello della piccola I-Jing a cui il nonno fa credere che lei, essendo mancina, ha la mano del diavolo e questa scoperta indurrà la bambina a comportarsi in modo scorretto, con l’alibi che la colpa non è sua ma della mano del diavolo.

Con il procedere del film si empatizza sempre più con I-Jing e la sua furba ingenuità, innesco inconsapevole di soluzioni inaspettate a problemi familiari ma anche origine del conflitto tra Shu-fen e I-Ann.

Il film alterna toni leggeri ed ironici a toni e sequenze più drammatiche specie in riferimento a I-Ann il cui rapporto con il contesto genera sempre una forma di inadeguatezza e di ribellione. 

A risultare vincente in questo esordio alla regia è il modo in cui è scritto ed interpretato il ruolo della piccola I-Jing, mai sdolcinata e sempre credibile e di cui ci si innamora al primo sguardo.

Complessivamente, c’è un’ottima direzione degli attori ed una sceneggiatura di buon livello; la fotografia per la vivacità dei colori ricorda Hong Kong express (Wong Kar-wai, 1994) e sicuramente la mente va a Florida project di Sean Baker (2017) proprio per la centralità dello sguardo infantile. E d’altra parte proprio Sean Baker collabora alla sceneggiatura.

Nonostante tali rimandi, il lavoro di Shih-Ching Tsou ha una sua freschezza ed originalità e risulta molto efficace alternando intrattenimento e spunti di riflessione: un esordio alla regia di sicuro pregio.

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