NO OTHER CHOICE (2025)

regia di Park Chan-wook 

con Byuung-Hun Lee, Ye-Jin Son, Hee-soon Park, Sung-min Lee, Yeom Hye-ran. 

Il film si apre con una scena di serenità e gioia domestica: il marito in giardino prepara la brace, la moglie lo circonda di affetto. Una coppia felice con due figli – un ragazzo adolescente ed una bambina di particolare sensibilità la cui passione è lo studio del violoncello – e due bellissimi cani. Ed una casa di cui Man-su va molto fiero.

La possibilità di avere una vita perfetta deriva dal lavoro in una azienda produttrice di carta di pregio. Un lavoro che ama, non sa e non vorrebbe farne un altro. Poi, come un fulmine a ciel sereno, la crisi, la vendita dell’azienda ad una nuova proprietà (americana) ed i tagli al personale. Lui, convinto di essere indispensabile, non se ne preoccupa. Invece viene licenziato.

Da qui assistiamo ai tentativi fallimentari di essere assunto in altre aziende, mentre la moglie – più concreta e meno dipendente dallo stile di vita a cui si era abituata – taglia le spese non più sostenibili, a partire dai cani, cosa che provoca un grande dolore alla figlia ma le assicura il prosieguo delle lezioni di musica.

Siamo in Corea del Sud e la perdita del lavoro è considerata quasi una colpa: lo sguardo degli altri si fa sprezzante o patetico e soprattutto Man-su sente ferita profondamente la sua dignità.

Così, al contrario della moglie, non vuole prendere atto dei necessari cambiamenti e raccoglie informazioni per individuare chi sono i concorrenti sul mercato più bravi di lui. Da qui parte un piano diabolico per assicurarsi di risultare primo in una offerta di lavoro in cui occuperebbe la posizione persa.

No other choice. Non c’è altra scelta. Il piano prevede di entrare in contatto con i tre possibili candidati e Man-su lo persegue in modo preciso, senza porsi nessun limite. Questa determinazione lo conduce ad azioni prima impensabili ma forse ne rivela anche le piccolezze etiche e valoriali prima mascherate.

Come spesso accade con questo autore, la narrazione è ipertrofica ed assembla più generi, passando dalla commedia nera, al comico, quasi all’horror ed è il tono grottesco a tenere insieme il tutto, con una regia di grande padronanza e certamente non invisibile ed un’ottima direzione degli attori, riuscendo così a mantenere la tensione fino alla fine. E qui Park regala il momento più amaramente poetico e quasi straziante del film nel saper rappresentare il precipizio verso cui il sistema capitalistico sta conducendo l’umanità tutta.  

È come se tutto il film dovesse creare le premesse per rivelare la sua tesi. Le ultime immagini travalicano il dramma specifico del protagonista e della sua famiglia e si allargarsi all’intero sistema. Niente di nuovo: è come la tesi viene messa in scena a determinarne l’efficacia devastante. Con la marginalizzazione e l’inutilità del lavoro – inteso come messa in opera di competenze acquisite – via via sostituito da macchine autosufficienti. Ma non è una critica né retorica né vittimistica, perché il regista ci ha mostrato proprio con la vicenda di Man-su, cosa l’umano è capace di fare…

E, forse, l’unica possibilità e via d’uscita è la valorizzazione della creatività, evento sempre unico ed originale, rappresentata dalla figlia e dal suo violoncello.

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