regia di Oliver Laxe
con Sergi Lopez, Bruno Nunez Arjona, Richard Bellamy, Stefania Gadda, Joshua Liam Henderson, Tonin Janvier, Joshua Liam Henderson, Jade Oukid.
Musica elettronica, un rave nel deserto marocchino, un padre, Luis, e suo figlio Esteban, un ragazzino, si aggirano alla ricerca di Mar la figlia maggiore.
I due non c’entrano niente con i ravers, il loro stile di vita, il desiderio vitale di perdersi nel ballo. Non sappiamo niente di Luis e di suo figlio tranne la ferma determinazione. Che li conduce a seguire con la loro auto da città alcuni dei ravers che scappano a bordo di due veicoli ben attrezzati, quando la polizia fa sgombrare il campo. Per raggiungere un altro rave dove Mar potrebbe essere. Inizia per padre e figlio un viaggio avventuroso addentrandosi in un deserto sempre più ostile e senza segni di vita, con la radio che dà notizie su una guerra imminente.
Luis ed Esteban imparano a socializzare con i nuovi amici, insieme superano difficoltà che sembrano insormontabili. L’iniziale diffidenza si trasforma e le diversità imparano a conoscersi, a dialogare.
L’ambientazione complessiva, i colori caldi della fotografia, le inquadrature insistite sui veicoli in marcia, la sabbia che incalza come la musica, il tipo di riprese fanno venire in mente Mad Max fury road ma nel film di Miller del 2015 siamo in una fantascienza distopica, un fantasy dove la violenza estrema è segno ma non è rappresentazione realistica e perciò le peripezie sono epiche e mitiche. In Sirat noi empatizziamo e ci identifichiamo con Luis ed Esteban, ed anche gli altri personaggi ci diventano familiari nella loro ricerca esistenziale. Siamo emotivamente coinvolti per cui gli accadimenti a cui assistiamo sono oltremodo scioccanti. E il film si trasforma dal canone – dove sembrava andare – del viaggio estremo come metafora della necessità di entrare in contatto ed integrarsi, a qualcosa di inaspettato ed incollocabile, dove ci interroghiamo della ragione di scelte narrative estreme.
Il film è di grande impatto, ma le svolte del racconto e la messa in scena che fa l’autore potrebbero apparire eccessive ed operate per alzare il tiro emozionale.
Il finale sobrio, semplice e quasi mistico è forse la chiave di lettura di un’opera complessa, che si presta a più interpretazioni.
Da segnalare che Laxe ha impegnato per i ruoli dei ravers attori non professionisti, autentici ravers.
Opera magnetica ed ipnotica ci sconvolge con la crudezza della vita, dove il confine tra bene e male è una soglia molto stretta. E il dolore va attraversato per sapere che ci si può sopravvivere.
Un film che non si dimentica.
