di Eugene O’Neill
regia e scene di Davide Livermore
traduzione e adattamento di Margherita Rubino
con Elisabetta Pozzi, Paolo Pierobon, Linda Gennari, Marco Foschi, Aldo Ottobrino, Carolina Rapillo, Davide Niccolini
costumi di Gianluca Falaschi
musiche di Daniele D’Angelo
produzione Teatro Nazionale di Genova
Teatro Mercadante di Napoli – Stagione 25/26
La prima cosa rilevante è l’aver portato in scena l’opera di O’Neill (1931), con un impegno non da poco per il pubblico vista la durata dello spettacolo di circa tre ore e trenta. Impegno assolutamente ripagato da una drammaturgia capace di rappresentare in modo esatto il “teatrino familiare” di freudiana memoria, i vincoli tragici perché non evolutivi di come la famiglia ed i profondi legami di odio, amore e dipendenza, desiderio di vendetta e rivalsa innesca negli esseri umani. In ogni tempo e latitudine.
La tragedia greca, l’Orestiade eschilea a cui O’ Neill si ispira riscrivendola – attualizzandone l’aspetto legato al fato ed all’intervento degli dei e rendendo così i personaggi privi di un senso a cui rimandare – ne lascia intatto il valore archetipico, modelli umani che ritroviamo con diverse sfumature e focalizzazioni in tutto il teatro borghese novecentesco.
Di sicura efficacia il lavoro sul testo che ne preserva l’essenza ed una messa in scena moderna e al tempo stesso senza un tempo preciso, con oggetti di arredo riferiti a diversi periodi novecenteschi.
Splendidi i costumi specie dei personaggi femminili – motori della tragedia – che ne annunciano di volta in volta i diversi stati d’animo e con il loro design ispirano una idea di rigidità pur nella visibile femminilità degli abiti.
Il bianco prevalente della scenografia racchiude e trasmette il senso di freddezza e distacco che permea anche i momenti più sentimentali, istintivi e passionali.
Siamo nella magione dei Mannon, ricchi nordamericani.
Ezra Mannon/Agamennone è un generale nordista sposato in seconde nozze con Christine/Clitennestra, donna inquieta e di naturale sensualità; non ama Ezra ed ha un legame stretto con il figlio Orin/Oreste, giovane uomo mai cresciuto, bisognoso di amore assoluto che ricerca nella madre e nella sorella Lavinia/Elettra. Lavinia nutre un odio implacabile per la madre ed un attaccamento morboso per suo padre.
L’adulterio di Christine con un uomo desiderato – seppure in modo non esplicito – da Lavinia, è elemento tipicamente novecentesco e dà una ulteriore coloritura all’opera del drammaturgo americano nel suo mettere ulteriormente in competizione madre e figlia.
La regia è solida e poderosa e lo spettacolo si avvale di interpretazioni di valore artistico assoluto: non c’è mai una caduta energetica, la tensione è costante ed arriva man mano la consapevolezza di stare assistendo a qualcosa di importante, che affonda alle radici di temi umani universali.
