IL GABBIANO

di Anton Cecov 

regia di Filippo Dini 
drammaturgia di Carlo Orlando 

con Giuliana De Sio, Giovanni Drago, Valerio Mazzucato, Virginia Campolucci, Gennaro Di Biase, Angelica Leo, Enrica Cortese, Filippo Dini, Fulvio Pepe, Edoardo Sorgente 

scene di Laura Benzi
costumi di Alessio Rosati 
luci di Pasquale Mari 
musiche di Massimo Cordovani 

produzione TSV Teatro Nazionale; Teatro di Napoli- Teatro Nazionale; Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale; Teatro di Roma- Teatro Nazionale; Teatro Stabile di Bolzano
T
eatro Mercadante di Napoli – Stagione 25/26

Cecov non delude mai, è un autore sempre attuale, in tutte le sue opere si rivelano i tratti essenziali di come la nostra umanità si manifesta, sconfitta e rassegnata, costretta a vivere ai bordi dell’abisso di un senso, di qualcosa per cui valga la pena di vivere e non semplicemente sopravvivere.

 

Il Gabbiano, opera che l’autore russo scrive all’età di ventiquattro anni, nel 1834, mette in scena dieci personaggi che incrociano i loro destini in una villa sul lago. Ognuno di loro coltiva un desiderio amoroso, una passione artistica, l’istanza che il suo impegno non si vanifichi. Ma tutte le speranze si rivelano illusorie e destinate all’insuccesso. È una sorta di karma esistenziale che Cecov ripropone con accenti e sfumature diverse in tutti i suoi lavori.

 

I personaggi quando amano il più delle volte non sono corrisposti e i loro dialoghi, il loro interagire nasconde sempre qualcosa all’altro perché l’interlocutore il più delle volte non ascolta, sta nei suoi pensieri. Tutto così si ripete uguale a sé stesso, andando via via verso la distruzione.

 Cecov delinea in modo preciso, bastano pochi cenni, le psicologie dei personaggi, tipi umani riconoscibili ed etichettabili eppure mai ridotti a stereotipi; soprattutto, il suo tocco ironico, di distanza coniugato ad uno sguardo affettuoso li rende vivi, ne sentiamo i facili entusiasmi come le rassegnate cadute.

 

La rilettura di Filippo Dini sposa una chiave particolarmente efficace nell’accentuare i tratti divertenti, ironici ed autoironici e di come si passi man mano dall’entusiasmo alla disillusione profonda e questo è ben evidenziato – ad esempio – nel giovane Kostantin, febbrile nel desiderio di rappresentare davanti alla madre Irina – famosa attrice di teatro – un dramma da lui scritto, dove recita Nina la donna che ama. Da qui si dipanano critiche, incomprensioni, disinteresse compassionevole.

Scenografie e costumi non sono attribuibili ad un preciso periodo ma non sono di matrice ottocentesca, piuttosto di un contemporaneo “vintage” citazionista. Ciò conferisce una giusta freschezza e leggerezza.  Di contro, la scenografia rimanda ad una certa povertà estetica della location, ad annunciare la decadenza di cui l’opera si nutre.

 

Senza dilungarci nell’articolata trama cecoviana, lo spettacolo regge molto bene e si fa seguire con interesse anche per una buona armonia tra gli interpreti. Tuttavia nell’ultimo atto, dopo l’intervallo, c’è una caduta energetica delle performance, un passaggio troppo rapido al tono drammatico che mal si coniuga – dal punto di vista della fruizione teatrale – con le parti precedenti.

In sintesi un lavoro interessante ma con qualche sbavatura di stile.

Comunque, per chi ama Cecov, si tratta pur sempre di un’occasione da vivere!

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