MARTY SUPREME (2025)

regia di Josh Safdie 

con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odess A’zion, Kevin O’Leary. Tyler the Creator, Abel Ferrara. 

New York, anni 50. Una New York grigiastra, plumbea, fatta di case e motel fatiscenti. Marty è un giovane presuntuoso, arrogante e manipolatore. Simpatico, pieno di carica vitale. È bravo soprattutto con le parole, fa discorsi convincenti a cui non sempre crede al solo fine di essere supportato, senza mai preoccuparsi delle conseguenze del suo agire arrischiato su chi lo aiuta.

Perché di una cosa è assolutamente convinto: diventerà il numero uno del tennis da tavolo. È il suo pensiero fisso, la sua ossessione, la via per diventare ricco e famoso. E per questo non si ferma davanti a niente, preso da una febbre adrenalinica. Il sogno americano non si arrende e pur mostrando crepe e fallacie Marty non vuole e non può esserne consapevole. Lui è sicuro che brillerà come una stella.

Nella realtà vive di sotterfugi e piccole truffe e non si fa scrupolo con le donne che desidera, inganna, sfrutta. Ma conserva una sorta di candore, come di chi – abbagliato dalla portata di quello che potrà essere – non vede il contesto reale. Al contrario dello zio che lo vorrebbe manager del suo negozio di scarpe. Troppo poco per l’ambizione maniacale di Marty.

Josh Safdie in solitaria – i precedenti film sono girati da entrambi i fratelli Benny e Josh – realizza un film dal ritmo incalzante, con la macchina da presa sempre addosso al protagonista: ne mostra il corpo magro e nervoso, il viso sfacciato, il sorriso accattivante, gli occhi magnetici dietro gli occhiali.

Il film “è” Marty Supreme, è lui che con le sue peripezie muove i fili di quelli con cui entra in contatto. Un contesto fatto di personaggi ambigui, delinquenti di vario livello e cattiveria, un mondo dove la sopraffazione è la regola.

Forse la maniacalità di Marty è la disperazione di chi non ha altra via d’uscita. E si illude di vivere in un mondo che, alla fine, ne riconoscerà il talento.  Più volte è vicino al traguardo, più volte fallisce, costretto ad accettare prove al limite pur di non rinunciare.

Nel seguire le avventure di Marty il film gioca nell’alternanza fluida tra tensione e divertimento, momenti tragici ed effetti comici; paradossale e spiazzante ma credibile e avvincente.

Magnifica direzione di un cast pienamente azzeccato, con tutti gli elementi ben equilibrati, dalla fotografia alle scelte musicali. Un’avventura umana a cui ci si appassiona, con un finale dalla doppia lettura, seppure esplicito.

Il tocco Safdie è pienamente riconoscibile e indica una via di grande interesse per il cinema americano contemporaneo, come già era accaduto con Diamanti grezzi (Benny e Josh Safdie, 2019).  Marty Supreme fa un passo avanti nel confronto con la tradizione classica del cinema hollywoodiano, quella del grande racconto di riscatto dell’eroe che partendo dal basso – spesso in ambito sportivo – sorretto da volontà ed abnegazione, contro tutte le aspettative, ce la fa.  Basti pensare a Rocky (J.G. Avidsen, 1976) ed il suo rappresentare un modello esemplificativo.

Marty Supreme mostra l’altra faccia di quel modello, e lo fa intrattenendo, provocando, stimolando.

 

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