Uno spettacolo semplice e col tono della commedia, con la capacità di arrivare a tutti. Anche perché tratta un tema sempre più diffuso nella società odierna con l’invecchiamento protratto e quindi l’allungamento del periodo in cui i genitori vanno assistiti. A ciò si aggiunge lo sfaldamento dell’istituzione familiare e l’emancipazione femminile: non ci sono più figure ancillari deputate all’accudimento. Di fatto però è quasi sempre la donna a farsi carico in modo più determinante della cura degli anziani, dove le figure maschili non si sottraggono del tutto ma rimangono laterali.
I Turni rappresenta proprio questa condizione: due sorelle – tra loro molto diverse, il sole e la luna – si occupano della madre restata sola e non autosufficiente e devono affrontare il mese di vacanza della badante.
Da qui il titolo dello spettacolo: occorre stabilire i turni e da questa necessità verranno fuori conflitti e malumori, rimpianti ma anche la possibilità di provare posture diverse ribellandosi al vincolo delle aspettative reciproche.
Perché il focus è proprio il gioco delle etichette affibbiate loro fin da piccole dalla madre e che ne ha condizionato lo sviluppo dei caratteri e dei comportamenti. Diana intelligente, seria e su cui contare, ma pesante, Patrizia l’esatto contrario e amata perché eternamente gioviale e sorridente. E poi c’è Stefanino, il figlio maschio sempre protetto e coccolato e di cui si scoprirà una nascosta fragilità.
In scena quindi due attrici ed un attore molto ben amalgamati e supportati da una drammaturgia efficace, che strappa spesso il sorriso se non il riso.
Molta ironia ed umorismo a celare i risvolti più drammatici per dipingere la “normale” disfunzionalità di ogni famiglia borghese.
È molto chiaro il pensiero di Cristina Comencini. La famiglia è una istituzione rigida e conservativa e fortemente orientante il destino di chi vi partecipa in una catena di eredità psicologiche oltre che biologiche tramandate di generazione in generazione. Solo il coraggio di prendere la parola e il comportamento disconfermante può generare la rottura di schemi sempre simili a se stessi.
Lo spettacolo funziona, tuttavia a tratti è fin troppo prevedibile avendo un meccanismo di scrittura molto canonico. In ciò si sacrifica la credibilità e l’approfondimento dei personaggi a modalità stereotipate che hanno però il vantaggio della chiarezza, della immediatezza e della fruibilità.
Un esperimento interessante e riuscito in un panorama a volte troppo e inutilmente “pensoso”.
