regia di Andrea De Sica
con Jasmine Trinca, Filippo Timi, Matteo Olivetti, Anna Ferzetti, Roberto De Francesco, Roberto Apicella.
Ispirato ad un sanguinoso fatto di cronaca, il delitto Casati Stampa, quando a Roma nel 1970 il marchese Casati Stampa uccide la moglie ed il giovane amante per poi suicidarsi, il film di De Sica sposa un tono decadente e melodrammatico nel raccontare il sorgere della attrazione fatale tra il marchese Lelio ed Elena, moglie di un amico in visita con altri ospiti nell’isola dove Lelio e sua moglie abitano in un sontuoso palazzo.
Le prime inquadrature fanno ben capire chi è Lelio, uomo sicuro ed autoritario, accogliente con gli amici a cui ama mostrare il tanto di cui dispone e la sua perizia in attività virili come la caccia.
La passione tra Lelio ed Elena sorge già declinata in modo perverso e complice nella ricerca dello sguardo degli altri. Perché Lelio ed Elena desiderano essere visti nell’intimità e questa modalità continua anche dopo il matrimonio, quando Lelio coglie qualunque occasione per filmare la moglie in accoppiamenti casuali con giovani amanti.
Tanti e consapevoli i richiami cinematografici tra cui il castello di Manderly di Rebecca, la prima moglie (Hitchcock, 1940) per l’importanza che ha il paesaggio, l’isola come metafora di distacco dal resto del mondo e chiusura in un enclave autosufficiente dove gli “altri” sono solo oggetti, strumenti di servizio o deputati ad incrementare il piacere autistico della coppia.
Ma la complicità è destinata a rompersi e lo vediamo proprio dagli occhi di Elena, il cui volto è sempre inquadrato ed indagato dalla mdp. Così il suo cambiamento non ci stupisce. Era già tutto previsto…
Un film particolare proprio nel riprendere e risemantizzare tutta una serie di stereotipi e dejà vu, tra cui il binomio eros e tanatos, il fucile come simbolo fallico ecc.
Nell’eccesso melo ben si staglia il meccanismo autodistruttivo dell’amore che si fa ossessione, dipendenza ed impossibilità da parte dell’uomo di accettare la fine della relazione.
Certo, non si tratta di un film realistico e bisogna entrare nel mood che l’autore propone, ad esempio gli amici di stampo felliniano e lo stesso Lelio raffigurato in pose quasi mussoliniane. Altrimenti si rischia la caduta nel ridicolo. Dipende dallo sguardo con cui decidiamo di guardare, abbandonandoci alla forza ed alle suggestioni delle immagini.
Film a suo modo anche politico nel rappresentare il dislivello di potere di classe socio-economica e di postura culturale, come anche il gap nel rapporto uomo-donna nell’Italia degli anni 60.
Il personaggio di Elena svetta su tutti per scrittura, interpretazione e per come De Sica sceglie di mostrarla, dove è il corpo tutto a parlare per lei rivelandone sentimenti e stati d’animo.
Ma è l’insieme del lavoro di regia a rendere Gli occhi degli altri interessante e da visionare proprio per il piacere tutto cinematografico e “cinefilo” dell’incalzare della potenza onnicomprensiva delle immagini.
