regia di Davy Chou
con Ji-min Park, Kwang-rok Oh, Guka Han, Kim Sun-Young, Yoann Zimmer.
Detto in breve: lo spaesamento abissale connesso alla ignoranza dell’origine. Il film fa quasi sentire la “nausea” esistenziale di una condizione che è della protagonista perché adottata ma è un tema che trapassa il caso singolo ed è questo l’interesse di un’opera che si apprezza al crescere del numero delle visioni.
Di grande efficacia l’incipit con la giovane protagonista, Freddie, che spavalda e quasi arrogante “piomba” a Seoul in una sorta di acting out non programmato e da cittadina francese cresciuta da genitori adottivi d’Oltralpe si rapporta senza filtri ad una cultura sconosciuta in cui si manifesta un suo naturale automatismo di diversità/superiorità.
Poi scopriamo il vuoto interiore di Freddie, un vuoto che nessun rapporto, nessuna relazione può sanare.
L’atteso incontro con una madre biologica assente, desiderosa probabilmente di rimanere tale, è il fil rouge che lega le tappe della storia di Freddie, tappe non evolutive ma solo cronologiche.
Lei cambia lavoro, fidanzati, gusti sessuali, modalità estetiche ma la ferita di una identità mancata permane.
Soprattutto ad una seconda visione si palesa la drammaticità di un padre biologico sud – coreano e di una madre adottiva francese che reclamano, seppure in modo affettuoso ed amorevole, il possesso sulla figlia: presi nel loro dolore, nella loro mancanza, non la vedono.
Forse Freddie anela lo sguardo della madre nella convinzione dell’effetto taumaturgico dello stesso, speranza condannata alla disillusione.
La madre è “altro” e resiste all’entrare in una relazione di fisiologica empatia.
La forza del film sta tutta nell’attrice e nel modo in cui il regista la riprende: siamo sempre con lei, sempre in soggettiva e man mano ne percepiamo l’insignificanza dei gesti, l’incapacità di andare oltre il piacere immediato, come quando si mette a danzare da sola, incurante dell’altrui sguardo.
Perciò i diversi personaggi che costellano il suo andare e tornare a Seoul non hanno vita propria, non ne comprendiamo le scelte ed i comportamenti proprio come fa la protagonista. Non ci interessano.
Regia con una cifra stilistica molto riconoscibile ed innovativa, un film che lascia il segno.
