regia di Enrico Maria Artale
con Edoardo Pesce, Margarita Rosa De Francisco, Maria del Rosario, Gabriel Montesi
Intenso, con una fotografia che esalta i colori degli interni rendendo quasi esotico l’ambiente di una casa della periferia romana alla foce del Tevere, una periferia che sembra un mondo a sé stante, una bolla abitata da marginali che vivono grazie al traffico di cocaina dalla Colombia, in un equilibrio esistenziale in cui la gioia non è esclusa.
Protagonisti una madre di origine colombiana e suo figlio Julio Cesar, un uomo adulto, un quarantenne e la loro relazione autosufficiente, assoluta, una complicità ed un grado di intimità vicine ad una vita di coppia.
Il film si apre con una scena in un locale di danza latinoamericana, dove madre e figlio ballano insieme con Julio Cesar protettivo e la madre libera nella sua sensualità. Ma si tratta di un amore malato e disfunzionale, votato alla dipendenza dove per il figlio non c’è possibilità di evolvere, pena la sofferenza della madre.
La loro vita simbiotica procede sempre uguale a se stessa, in una decadenza colorata, con la loro barchetta a motore – “El Paraiso” – ed i gesti di accudimento reciproco, in una allegria molto di superficie. Julio Cesar soddisfa le sue pulsioni sessuali con fugaci incontri notturni con prostitute, sua madre si concede alcol e droga ma sempre con attenzione e cautela. Finché non accade un incontro, l’evento che crea il trauma: arriva nella loro casa, novella ed inesperta corriera della droga, la giovane e bella Ines.
C’è qualcosa che rimanda a “Solo Dio perdona” di Nicolas Winding Refn (2013) che però ha il passo della tragedia greca; qui invece è tutto meno metafisico e simbolico e più concreto. La gelosia della madre è immediata. Lei subito capisce che la donna porterà scompiglio; perché suo figlio – come gli dirà in un alterco furioso – non ha gli attributi. Si rompe quello spazio illusorio e perfetto di amore assoluto bastevole a se stesso e che non può prevedere intrusioni. Il nascere di un sentimento di attaccamento verso la giovane donna farà sentire la madre esclusa e abbandonata.
Regia efficace, che esalta le ambientazioni come gli stati d’animo così da far comprendere il disorientamento del figlio che in età matura vive la sua crisi adolescenziale, in un finale inaspettato e non banale, alla ricerca delle proprie radici.
Interpretazione dei due protagonisti di assoluto valore, una grande sintonia che rende credibile la vicenda, favorendo il giusto grado di immedesimazione.
