regia di Stèphane Brizé
con Guillaume Canet, Alba Rohrwacher, Marie Druker, Sharif Andoura, Emmy Boissard Paumelle.
Fare un film che ha come “oggetto” l’amore è per un verso molto facile e al tempo stesso molto difficile. Si incappa in una moltitudine di dejà vu e dejà lit in tutte le salse e le lingue del mondo. Perché l’amore è esperienza universale, o almeno così ne sentiamo parlare da sempre.
Il modo in cui l’autore ci racconta, in una Bretagna fotografata fuori stagione, con le caratteristiche case dai tetti neri ed il bianco abbacinante della luce, dove l’azzurro non esiste e tutto è su toni di colori non colori, ci dice lo stato d’animo dei due protagonisti.
Un misto di nostalgia e di melanconia con Mathieu – famoso attore del cinema in crisi esistenziale profonda, quasi in fuga dalla sua vita apparentemente splendida e “risolta”, in vacanza-relax – ed Alice, insegnante di musica che vive nella località bretone con il marito e la figlia adolescente.
Si sono amati in passato, nella loro giovinezza e si ritrovano dopo dodici anni. Tra loro, un sentimento interrotto troppo bruscamente, specie per la donna. Nella prima parte del film pediniamo Mathieu nel suo aggirarsi nel lussuoso hotel, che cerca di parlare con una moglie super impegnata e distratta. Quando invece lui vorrebbe tutta la sua attenzione per elaborare il senso di frustrazione scaturito dal volontario abbandono di un importante progetto professionale. La moglie gli dice cose giuste e di buon senso, ma non basta.
E l’uomo solo nel solitario e grande albergo “bisticcia” con i piccoli elettrodomestici, apre e chiude porte col telecomando, generando involontari effetti comici. Per poi abbandonarsi al pianto autocommiserativo.
Del tutto inaspettata, la telefonata di Alice. Ed il loro rivedersi.
E passeggiare nella natura della costa bretone che li accoglie col fascino del mare fuori stagione e dei suoi paesaggi inquadrati in modo da immergerli in un orizzonte infinito. Tra loro parole non dette e gesti che riaffiorano. Ed il riscoprirsi in un feeling non appannato dal tempo trascorso.
L’amore come evento, capace di ricrearsi e rinnovarsi. L’amore fuori stagione, perché è l’occasione da cogliere; poi – altrimenti – la vita si frappone e indietro non si torna.
Alice si sente la sfigata ed invece è lei la più solida ed umanamente evoluta in un finale che lascia commossi se siamo entrati in quella loro intimità speciale.
Un film di grande bellezza, “lento” come il ritmo dei sentimenti che evoca, impeccabile ed elegante. E splendidamente recitato.
